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Si chiude magnificamente sulle note di "Je Ne Regrette Rien" il biopic diretto da Olivier Dahan, dedicato alla celebre cantante Edith G. Gassion, in arte Piaf. Probabilmente non poteva esserci conclusione migliore per La vie en rose, bellissimo film che si discosta dai consueti canoni del genere per raccontare la storia di questa controversa e affascinante artista con una insolita forza e agilità. La vasta materia biografica della cantante da cui la pellicola attinge abbastanza fedelmente, viene infatti trattata e organizzata in modo brillante e ben lontano dal risultare noioso, nonostante la considerevole durata del film. La vita della Piaf viene presentata attraverso un montaggio che si avvale di flash back incrociati e raccordi di sequenze, operati per mezzo dei magnifici brani scelti per la colonna sonora o mediante il flusso dei ricordi della protagonista. La musica, unico ponte di congiunzione tra la Piaf e il suo sentire interiore, unico strumen! to grazie al quale riesce ad esternare se stessa e tutta la vitalità del suo spirito, è il vero filo conduttore del film. I continui balzi temporali, lancette impazzite di un orologio perfettamente calibrato, disgregano, invece, l'ordine cronologico degli eventi, formalmente indicato da riferimenti temporali che appaiono di tanto in tanto, facendo sì che ad esso si sostituisca la carica suggestiva di momenti singoli, isolati volontariamente dal contesto di una vita che si riconosce essere impossibile da raccontare nella sua interezza. Ciò che vediamo sono, dunque, istanti, attimi fugaci di una realtà parcellizzata, di un puzzle in pezzi, che evocano i ricordi più intensi dell'ultima Piaf, distrutta dalla droga e dall'alcool. Attraverso splendide ricostruzioni e un'ottima fotografia che li valorizza, i frammenti di un'esistenza tragica ma mai eccessivamente enfatizzata, convergono, come dipinti realizzati a distanza di anni ed esposti in una galleria d'arte, verso il loro un! ico autore, descrivendolo senza bisogno alcuno di voci interiori o fuo ri campo; sono i giorni più significativi della vita di Edith Piaf, quelli che non rifiuterà mai anche se tristissimi, a parlarci di lei tramite il suo canto e a sopravviverle, rendendola immortale. Il modo in cui la sua figura ci viene raccontata non viaggia quindi sui binari del taglio introspettivo o didattico; è l'aspetto del coinvolgimento emotivo a primeggiare, grazie a una sceneggiatura che lascia ampissimo spazio alla vita privata della cantante, e, soprattutto, grazie alla strepitosa Marion Cotillard che ha saputo riempire questo spazio con una interpretazione forte, penetrante, talvolta sublime, riuscendo a cogliere alla perfezione l'ambivalenza di un'artista costantemente in bilico tra l'autodistruzione e l'accettazione umile e consapevole di uno straordinario talento, vera e propria ragione di vita. Accanto a lei un eccellente cast di attori, meteore sfuggenti che riescono a lasciare il segno in spazi anche molto esigui, diretto dalla buona regia di Olivier Dahan! , che articola organicamente il prezioso materiale visivo sul quale lavora, esibendosi in suggestivi piani sequenza e riprese con la camera a mano. Un film, per concludere, visivamente e musicalmente splendido, accolto tra gli applausi al 57mo festival di Berlino; un film che ci regala un'immagine di Edith Piaf evanescente, sbiadita ma nel contempo perfettamente nitida, perché capace di toccare con abile maestria le sottili corde dell'animo umano, ricordandoci, attraverso questa donna straordinaria, la forza e la fragilità insite in ognuno di noi.
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