Robert De Niro
The Good Shepherd – L’ombra del potere
di Gianmarco Zanrè
Sono passati quasi quattordici anni dal debutto dietro la macchina da presa di Robert De Niro, una regia sottovoce per una favola urbana scritta con buona abilità da Chazz Palminteri, quel Bronx che fece ben sperare in un futuro da una parte e dall'altra dell'obiettivo per il noto attore newyorchese. Questa volta, dietro la macchina da scrivere troviamo Eric Roth, già autore, tra gli altri, di Forrest Gump, L'uomo che sussurrava ai cavalli, Alì, The Insider e Munich. All'esperienza di un maturato De Niro si poteva così aggiungere la garanzia di un affermato sceneggiatore: eppure, qualcosa si inceppa nel meccanismo che guida la mano del regista e gli occhi dello spettatore. Una sorta di dualismo che, più che coinvolgere l'audience emotivamente in quella che, altrimenti, altro non sarebbe se una prolungata, accorata denuncia delle malefatte CIA nel ventennio 1940/1960, crea una frattura che impedisce di apprezzare in toto entrambi gli aspetti del film.
Analizzando le due identità di questo pur interessante tentativo emergono inoltre ulteriori carenze, siano esse dovute alla narrazione o alla confusione sull'esatta direzione da dare all'intero lavoro. Partendo dall'aspetto politico della pellicola, fin da principio è evidente il tentativo di De Niro di mantenere The Good Shepherd sugli stessi binari del JFK stoniano, che, e già questo basterebbe a destabilizzare l'impianto di questa seconda fatica registica dell'attore newyorchese, ha avuto il merito di portare sul grande schermo una denuncia dal taglio quasi documentaristico pur non rinunciando ad un efficace struttura da fiction. Malgrado gli sforzi di un gelido, e per questo ottimo, Matt Damon, infatti, pare fin dalle prime scene forzato l'accostamento della vicenda umana e personale di Edward Wilson a quello che vorrebbe essere lo scopo della pellicola: mostrare il lato oscuro, attraverso i peccati e le miserie umane di uno dei suoi fondatori, dell'agenzia di spionaggio più potente del mondo, quella CIA di cui mai, probabilmente, verranno rivelati tutti i segreti. Il passo successivo dell'analisi diviene dunque il confronto con la parte emotiva del film, ovvero il rapporto fra la freddezza controllata di un vero e proprio "impiegato" del potere e le vite delle persone che dovrebbero essere parte della sua. Eppure, anche in questo caso, qualcosa non quadra: il dubbio che l'intera opera sia, per budget, cultura o ambizioni, troppo "americana". Non che si voglia criticare questo preciso filone del cinema made in Usa, che ha consegnato e probabilmente continuerà a consegnare alla storia della settima arte opere importanti, ma, piuttosto, l'ingombrante atteggiamento da "buoni pastori" che finisce per scadere nel retorico, tanto da muovere lo spettatore a sperare che Matt Damon/Edward resti fedele al suo "lato oscuro" fino in fondo, senza cedere a quella che, altrimenti, non sarebbe che l'ennesima caduta di stile nell'immenso bacino della retorica a stelle e strisce.
È anche probabile, e di questo perlomeno resta il dubbio, che l'intento di De Niro e Roth sia proprio quello di mettere alla berlina un certo tipo di atteggiamento alla base di gran parte della storia e dei personaggi mostrati, ma il compiacimento della narrazione, oltre ad una confezione patinata, all'eccessiva, verbosa durata, alla consueta parata di star presenti probabilmente più per amicizia che per passione o professionalità, lasciano più di una perplessità, che l'ottimo dialogo Damon/Pesci, fulcro di una delle scene più interessanti del film, non è in grado, da solo, di confutare. Lo stesso presunto coraggio che permette a regista e scrittore di denunciare il sangue sparso dalla CIA, in quello che è stato uno dei periodi politicamente più convulsi della storia recente, viene messo in dubbio dall'incapacità di rompere il meccanismo della fiction per entrare a tutti gli effetti nella Storia. E a poco servono le immagini di Castro nei giorni della Baia dei Porci per poter pensare a questo film come al già citato JFK o a opere di ben altro spessore come The Fog of War. Un'alternativa potrebbe essere data dall'interpretazione della pellicola come un attacco al potere in tutte le sue forme di controllo, sviluppato e ambientato in una realtà ben nota agli autori. Eppure, nonostante l'ottimo lavoro svolto sul protagonista, e, ricordando come il Jean Dominique mostrato da Jonathan Demme in The Agronomist affermasse la somiglianza fra dittatori e uomini di potere in differenti paesi e culture, ripensando al Wiesler de Le vite degli altri, girato con un registro che parte dal contesto storico specifico per spostarsi a una critica "universale" del controllo, è inevitabile pensare come, anche volendolo osservare da questo punto di vista, The Good Shepherd presenta troppe contraddizioni e situazioni irrisolte, o esasperate, per poter rappresentare un nuovo standard nei film di questo genere.
A ben guardare, l'aspetto forse più riuscito della fatica di De Niro risulta essere anche quello, apparentemente, più semplice: il rapporto tra padri e figli, già ben analizzato nel suo debutto dietro la macchina da presa. Benché non privo di sbavature, infatti, il confronto fra Edward Sr. e Jr., soprattutto dalla parte del figlio, è approfondito in maniera sentita e intelligente, e si consuma emotivamente in un tono sommesso che, se meglio gestito, avrebbe potuto dare una svolta e una dimensione sicuramente più efficaci all'intero lavoro. Dopotutto, il potere e il controllo sono esercitati, prima ancora che dallo Stato, fra le mura di una casa, e il rapporto che tra questi intercorre poteva fornire spunti ben più profondi, senza contare che il KGB sceglie, per Edward, il nome in codice di "Madre", nel momento in cui viene identificato come potenziale e pericoloso avversario. Molti gli spunti, in definitiva, ma poche, a conti fatti, le conclusioni. Nonostante lo sforzo, certamente evidente, credo si possa dire che, in questo caso, le ambizioni non siano state all'altezza del risultato. Peccato per De Niro, cui, forse, sarebbero più congeniali gli stessi temi trattati però da un ottica più "semplice". Le piccole cose saranno sempre preferibili alle buone intenzioni: in fin dei conti, sappiamo tutti dove portano le seconde.
THE GOOD SHEPHERD – L’OMBRA DEL POTERE
(USA, 2006)
Regia
Robert De Niro
Sceneggiatura
Eric Roth
Montaggio
Tariq Anwar
Fotografia
Robert Richardson
Musica
Bruce Fowler, Marcelo Zarvos
Durata
167 min