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Quello che gli uomini non dicono è il ruffiano titolo italiano del film francese Selon Charlie, della regista Nicole Garcia, presentato in concorso allo scorso Festival di Cannes. La traduzione è assolutamente fuorviante e pone l'opera a metà strada tra una commediola di Vanzina e un brioso e raffinato film francese. Il film non è però né la prima cosa (per fortuna), né la seconda (purtroppo). Sei personaggi maschili le cui vite si sfiorano in una cittadina francese affacciata sull'Atlantico. C'è il sindaco che parla con la sua amante come se fosse a un comizio, il ladruncolo dal cuore tenero, il fisioterapista che tradisce la moglie e si fa coprire dal figlio, il giovane tennista stressato, il paleontologo di successo e il professorino frustrato. E poi c'è lo sguardo di un ragazzino silenzioso (il Charlie del titolo francese), costretto ad assistere alla vita adulterina del padre e a coprirla con la madre, il cui boomerang scioglierà i destini di alcuni dei personaggi.
La regista sceglie di raccontare la storia incrociando le trame dei personaggi. Un'operazione sempre rischiosa, che impone il paragone con capolavori "multistrand" come America oggi di Altman, Magnolia di P. T. Anderson o l'ancor più recente Crash di Haggis. Ma anche tralasciando questo confronto Quello che gli uomini non dicono appare un tentativo fallito. Per una buona mezz'ora si assiste ad un'inutile confusione delle storie, che poi si chiariscono intrecciandosi però in modo forzato, discontinuo, mai fluido. La storia del tennista, poi, rimane completamente slegata dalle altre, senza motivo. Il film, che pure ha subìto dei tagli dopo l'uscita a Cannes (se ne notano delle tracce in alcuni stacchi di scena), avrebbe funzionato meglio eliminando completamente l'inutile personaggio dello sportivo. C'è un'ulteriore presenza maschile che aleggia, misteriosa, durante tutto il film: Dirk, l'uomo preistorico i cui reperti sono rinvenuti da Matthieu affiancati dall'effigie di una divinità femminile. Durante una conferenza il paleontologo spiega che "l'uomo della solitudine" sfidò un deserto di ghiaccio allontanandosi dal suo insediamento d'origine per assistere alla nascita del sole. La simbologia è fin troppo evidente, fin troppo spiegata, e ci dice che sono passati 25 mila anni ma la condizione dell'uomo è sempre la stessa: solitudine, insoddisfazione, ricerca non si sa bene di cosa e falliti tentativi di un contatto profondo con l'altro sesso.
Le psicologie dei personaggi maschili traballano e quelle dei personaggi femminili sono inesistenti. E attraverso il personaggio di Charlie, che assiste alle storie che vedono protagonista il padre (interpretato da Vincent Lindon) e il suo professore di scienze (interpretato da Benoît Magimel), con un'incursione forzata nella storia del ladro, la regista vuole farci arrivare alla banale conclusione che il bambino, alla fine, è il più maturo di tutti. Il film non riesce mai ad essere profondo, non emoziona mai, e gli attori, bravissimi (primo su tutti Jean-Pierre Bacri), risultano sprecati al servizio di una sceneggiatura presuntuosa e prolissa.
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