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Nel 1976 Rino Gaetano cantava "[…] mio fratello è figlio unico/sfruttato represso calpestato odiato/e ti amo Mario. Mio fratello è figlio unico/deriso frustrato picchiato derubato/e ti amo Mario. Mio fratello è figlio unico/sfruttato represso calpestato odiato/e ti amo Mario. Mio fratello è figlio unico/deriso frustrato picchiato derubato/e ti amo Mario". Oggi, nel 2007, quasi si potrebbe affermare che Daniele Luchetti, con la sua ultima produzione, gli faccia eco più o meno così: "Mio fratello è figlio unico/prete bistrattato fascista picchiatore/e ti amo Accio. Mio fratello è figlio unico/irruento arrabbiato comunista ammaliatore/e ti amo Manrico".
Accio e Manrico: due figli unici, due anime profondamente diverse ma fatte della stessa carne. Carne e sangue cresciute alla stessa maniera, alla maniera antica, tra urla, botte, canottiere sotto le camice e quadrucci in brodo, tra strade polverose di terra battuta e una casa fatiscente di tre stanze da dividere in cinque. Personalità definite e contrastanti, pronte ad affrontarsi e tese nel contendersi le attenzioni di una madre autoritaria, troppo spesso manesca, troppo sola e disperata per essere obiettiva, come i genitori dovrebbero. Sola di quella solitudine da moglie di operaio, laddove l'uomo o è un papà assente perchè in fabbrica o è un marito troppo stanco per prestare attenzione. Manrico e Accio, e in mezzo a loro, dunque, la madre. Manrico e Accio, e in mezzo a loro la sorella: Violetta. Una sorella ribelle, che spesso li istiga uno contro l'altro e che palesemente si schiera dalla parte di Manrico, salvo poi correre da Accio nel momento del bisogno per chiedere un orribile favore: picchiare un suo ex corteggiatore. "Perché un fascista in famiglia fa sempre comodo", la giustificherà ironicamente Accio. Manrico e Accio, e in mezzo a loro l'amore: Francesca. Facce ancora una volta di una stessa medaglia, e a dividerli l'essere ricambiato l'uno e amico/confidente l'altro. Manrico e Accio, e in mezzo a loro una passione: la politica. Il comunismo per Manrico, il fascismo per Accio. A far da sfondo alla loro vicenda una poverissima Latina divisa tra rossi e neri, politicizzata come solo la piccola provincia sa essere, laddove gli estremismi spesso sfociano in tragedia. Perché gli eventi, nelle ristrette dimensioni della provincia, diventano assoluti.
Come assoluta è la visione del mondo che ha Accio: severo nel giudizio su qualunque cosa, rigoroso, intollerante e insofferente nei confronti della libertà (intellettuale, morale, politica e di costumi) della società del periodo, e di Manrico. Accio è perennemente teso alla ricerca di una regola secondo la quale vivere, di limiti e permessi, di un percorso già solcato, preciso, da percorrere secondo i dettami di una dottrina che caparbiamente cerca, prima nel cattolicesimo e poi nel fascismo, per sfociare (paradosso inspiegabile, se non come gesto d'amore nei confronti del fratello vittima dei camerata fascisti) nella militanza comunista e, infine, nelle file extraparlamentari, in una parabola ascendente che lo porta a raggiungere la sofferta consapevolezza di dover segnare autonomamente il proprio cammino, nel rispetto del prossimo e delle regole, nella perseveranza e nella caparbietà del raggiungimento del proprio scopo e del proprio ideale, ma senza ottusa severità o estremismi di sorta. Manrico è invece un libero pensatore, affabulatore di folle, pifferaio magico per gli operai delle fabbriche, leader naturale che naturalmente conquista e naturalmente si impone, e che trova il suo habitat nella libertà intellettuale dei circoli di sinistra, nel comunismo degli anni '60 e '70, laddove l'essere di sinistra (nell'accezione più semplicistica) voleva dire anticonformismo, insofferenza e lotta alle regole imposte dalla tradizione e dall'alto. Si batte per la ricerca di ideali quasi utopici quali l'eguaglianza e la giustizia assolute, una ricerca disperata e totale che, nelle sue forme più estreme, è perseguita persino aldilà del mezzo utilizzato per conquistarle e che lo condurranno, infine, nel vortice più cupo della lotta armata e della latitanza.
Ciò che colpisce in Mio fratello è figlio unico è che, seppure intriso di politica, non si tratta di un film politico, o che espressamente parli di politica, ma è più un racconto di formazione, e come tale si inscrive in un filone che vanta una solidissima tradizione, avvicinandosi di più, in effetti, al bertolucciano The Dreamers che non all'infinite volte citato La meglio gioventù (con cui ha in comune gli sceneggiatori Petraglia e Rulli). La storia, la politica, gli anni della contestazione sono aspetti di quella realtà storica affrontati in modo volutamente marginale. Il nodo cruciale della vicenda è infatti rappresentato dalla descrizione dei due caratteri principali (sapientemente interpretati da Scamarcio e Germano, veri talenti della nuova generazione), attorno ai quali ruota un universo di personaggi comprimari (dal prete-insegnante interpretato da Ascanio Celestini, alla madre disperata della straziante Angela Finocchiaro, al cattivo maestro reso indimenticabile da Luca Zingaretti, alla dolce Francesca, cui presta il volto una sensuale Diane Fleri) che partecipano delle conquiste di Manrico e Accio e che ne orientano le scelte, a volte involontariamente altre decisamente. Sotto questa luce, il fatto che la vicenda sia ambientata in quel periodo e in quel luogo non pone direttamente la questione della ricostruzione storica, dell'insegnamento politico o morale o della fedeltà alla fonte da cui Luchetti ha tratto ispirazione (il libro Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi), ma è un pretesto per calare in un contesto credibile e affascinante l'esperienza di vita di due ragazzi che diventano uomini, amandosi a tal punto da combattersi per non annullarsi vicendevolmente e ritrovarsi, diversi ma uniti, al termine di questo tortuoso percorso di formazione.
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