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"Il nostro sole sta morendo. L'umanità rischia l'estinzione e il nostro scopo è creare una stella da una stella che si sta spegnendo". Suona all'incirca così l'incipit del nuovo film di Danny Boyle. È la voce fuori campo del fisico nucleare Capa (Cillian Murphy, già protagonista del film 28 giorni dopo) a condurre lo spettatore su Icarus II, l'astronave con a bordo otto scienziati che dovrà sganciare una bomba nel centro del sole morente, così da scatenare una reazione nucleare capace di generare un nuova stella. L'ambientazione sembra suggerire un futuro molto prossimo dove il pianeta si sta congelando. Boyle, con lo sceneggiatore Alex Garland, tocca molti, forse troppi temi, finendo per affrontare anche la più antica delle paure dell'uomo: la proiezione escatologica della vita, il sentire imminente della fine dell'umanità, l'apocalisse.
Sin dall'inizio la macchina da presa si muove in modo convulso e il montaggio spesso si fa frenetico mentre indaga lo spazio all'interno della navicella, contribuendo a costruire un continuo senso di claustrofobia, che raggiunge l'apice nelle immagini girate all'interno delle tute spaziali, durante la riparazione di Icarus II a causa di un incidente. La fantascienza, in questo senso, sembra rappresentare quasi un espediente, volto a mascherare l'intento di fare propri i codici tipici del thriller. La claustrofobia indotta dalla vita in pochi metri quadrati sospesi al centro dell'universo non può non riportare alla memoria una pellicola che ha fatto la storia del cinema di fantascienza: Solaris di Andreij Tarkovskij. Un riferimento fugace, quanto effimero, perché Sunshine è lontano anni luce dal mondo iconografico del regista russo e dalla sua maestria nel rappresentare il paesaggio della psiche umana. Il senso di alienazione degli otto scienziati di Boyle, infatti, resta troppo in superficie, così come i rapporti che si snodano tra di loro. E se nella parte iniziale del film è apprezzabile il tentativo di definire i singoli personaggi in rapporto al luogo dell'azione, mano a mano che scorrono le immagini l'intento sembra confondersi sempre di più, contribuendo ad evidenziare la presenza di veri e propri "buchi neri" nello script. Non mancano, tuttavia, soluzioni visive originali, come il contrasto tra i colori freddi all'interno dell'astronave e quelli caldissimi del sole, sorta di co-protagonista del film, che da fonte di vita in attesa di essere resuscitata diverrà principio primo di morte per gli scienziati a bordo di Icarus II. La missione verrà portata a termine, ma solo dopo l'incontro-scontro con Icarus I, l'omonima navicella dispersa nello spazio sette anni prima. Durante l'esplorazione della nave spaziale che si supponeva scomparsa, il regista si rende protagonista di una scelta di montaggio interessante: ad ogni colpo d'occhio dell'equipaggio di Icarus II approdato all'interno di Icarus I - di cui sembrano restare solo i resti grigi di un terribile incendio - corrispondono degli improvvisi lampi di luce, frammenti di immagini degli astronauti defunti, porzioni dei volti sorridenti tratti da una fotografia scattata all'inizio della missione.
Ma i temi affrontati non si esauriscono qui. Lentamente si fanno strada altre questioni, come quelle legate ai concetti di comunità e di sacrificio, cari al già citato Tarkovskij, e che in Boyle si declinano nel semplicistico motto "ognuno è sacrificabile per il bene dell'umanità". Lo spazio interno dell'astronave è il luogo dove il concetto di comunità trova la sua estremizzazione, dove l'uomo che forzatamente incontra l'altro da sé cede alle pulsioni primarie di sopravvivenza del tipo "mors tua vita mea". Senso escatologico della vita umana, la comunità e il sacrificio, ma anche la fallibilità dell'uomo, la sua sottomissione dinanzi alla tecnica che egli stesso ha creato, fino alla dimensione vendicativa di Dio verso il finale del film. Temi filosofici eterni che vengono lanciati nello spazio e fatti "galleggiare" in superficie.
Il meccanismo di Sunshine, nonostante interessanti scelte di montaggio e fotografia, si inceppa di fronte ad una sceneggiatura che mette in campo troppi argomenti, senza toccarne in profondità nemmeno uno. Il risultato è un buon thriller fantascientifico, ma nulla di più.
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