Milos Forman
L’ultimo inquisitore
di Viviana Eramo
A sette anni di distanza dal poetico Man on the Moon e a ventitré dal pluripremiato Amadeus, Milos Forman torna a interessarsi di un'altra grande personalità del mondo dell'arte: dopo Mozart e Kaufman, è il turno del pittore Francisco Goya. L'ultimo inquisitore, titolo italiano di Goya's Ghosts, intreccia le vicende biografiche dell'artista con quelle di personaggi fittizi, secondo la sceneggiatura scritta dallo stesso Forman insieme a Jean-Claude Carrière, indimenticabile collaboratore di Luis Buñuel.

Nella Spagna di fine '700, Goya (Stellan  Skarsgård) vede transitare nel suo studio la bella Ines (Natalie Portman), figlia di un ricco mercante e volto ispiratore del nostro artista e di padre Lorenzo (Javier Bardem), l'ultimo inquisitore del titolo, esponente un po' controverso di quel clero incattivito dall'avanzata preoccupante del pensiero illuminista. È un momento di grandi stravolgimenti storici e, mentre la Portman viene incarcerata per eresia, il nostro inquisitore si trova a dover far fronte ad una profonda "crisi di coscienza". Quindici anni dopo, le truppe napoleoniche "liberano" la Spagna. La non più bella Ines esce dalle carceri e va in cerca di quella figlia avuta in prigionia e strappatale dalle braccia ancora in fasce. In suo aiuto accorreranno l'amico Goya, diventato ormai sordo, e padre Lorenzo, spogliatosi delle vesti nere e del crocifisso e passato dall'altra parte della barricata.
Le intenzioni di Forman sono fin troppo manifeste. Le storie individuali qui non sono altro che veicoli della Storia, quella universale che costantemente si ripete, identica a se stessa. Così i passaggi di potere e le grandi rivoluzioni non cambiano le vite vissute, nel 1700 esattamente come oggi. Forman rivede nei metodi dell'Inquisizione quelli del regime comunista in Cecoslovacchia, sua terra d'origine, e quelle stesse torture non possono non evocare, anche nello spettatore meno attento, ricordi molto vicini nella loro drammaticità. Ma l'intento è notevole tanto quanto è deludente il risultato. Forman si perde nell'ansia di affermare l'universale ripetersi della Storia, e mette in scena intrecci del tutto improbabili e pretestuosi. I personaggi, seppur magnificamente interpretati da attori in grande forma (Javier Bardem su tutti, ma anche la Portman è sempre più brava), denunciano continuamente nelle loro azioni (e intenzioni) la propria natura fittizia. Goya, che almeno secondo quanto tradito dal titolo originale dovrebbe essere il protagonista, rimane invece un personaggio in disparte, tanto che, quando a metà del film diventa per un attimo narratore, non si può non rimanere perplessi. Forman rinuncia inspiegabilmente a calcare la mano sulla nota particolarità del personaggio storico, capace di essere contemporaneamente pittore di corte e sardonico ritrattista delle miserie popolari e delle contraddizioni della vita di potere, per presentarcelo nel film per lo più come un passivo e insieme maldestro spettatore di ciò che gli accade intorno. Forse è una scelta voluta, ma l'impressione rimane quella dell'occasione mancata, anche alla luce dell'indiscussa abilità di Forman nel raccontarci la vita di personaggi straordinari, come in passato è avvenuto, appunto, per il Mozart di Amadeus o il comico Andy Kaufman di Man on the Moon. Qui, invece, la sensazione costante è che sia tutto un po' forzato, come l'episodio del mercante che mette alla corda padre Lorenzo, legandolo ad un lampadario, o l'improbabile ritrovamento della figlia adolescente di Ines. La sola fascinazione del film sembra quindi risiedere nell'evocazione di un'epoca straordinaria, in cui si discuteva intorno alla ricerca della Verità e le opere di Voltaire circolavano con una croce sulle copertine per sfuggire all'Indice.
Certo, Forman rimane un maestro, ma qui ce lo ricordano soltanto pochi particolari: l'attenzione minuziosa alle tecniche d'incisione, l'indugiare sugli animali uccisi - durante una battuta Reale di caccia così come durante l'invasione delle truppe napoleoniche - e il fulmineo sguardo su Las Meninas di Velázquez, dipinto che non smette di emanare un fascino tutto cinematografico. Il colore delle tele di Goya è, di fatto, il primo ispiratore delle scelte fotografiche del film, e questo è forse l'unico elemento di "travaso" dalla tela allo schermo. Per il resto la macchina da presa si limita a riprendere le opere, regalandoci nei titoli di coda una galleria esclusiva dei dipinti del maestro aragonese. E se nel film non mancano i grandi temi, come la follia del potere o l'incapacità di farsi sentire in una Storia che sembra andare avanti anche senza di noi, è anche vero che il tutto è solo pigramente accennato, in una filosofia del risparmio che proprio non fa onore al nostro caro e vecchio Milos Forman.
L’ULTIMO INQUISITORE
(Spagna, 2006)
Regia
Milos Forman
Sceneggiatura
Milos Forman, Jean-Claude Carrière
Montaggio
Adam Boome
Fotografia
Javier Aguirresarobe
Musica
José Nieto, Verhan Orchestrovich Bauer
Durata
106 min