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Da un'idea di Pascal Zullino, interprete del film, nasce il secondo lungometraggio di Fabrizio Cattani, finanziato con basso budget tramite un sistema di co-produzione fra i partecipanti, girato in cinque settimane e presentato in prima nazionale a Torino. Il film esplora attuali problematiche sociali e ambientali in una commedia che, nella sua struttura lineare e nella sua semplicità, rivela un'attenta elaborazione del soggetto, una sensibilità nel cogliere le relazioni e le dinamiche affettive, senza sottrarsi peraltro ad una certa riflessione sulle forme narrative. Il gangster film, il mondo magico della fiaba, il dramma esistenziale di due personaggi opposti ma complementari, l'indagine all'interno del contesto sociale, l'ironia, si coniugano in una storia che vede le terre fra Puglia e Basilicata - e Matera in particolare - come il luogo di uno scontro tra la cultura tradizionale, genuina, e il mercato, i giochi di potere della malavita, che sfrutta la carenza idrica locale per arricchirsi.
Vettore narrativo di congiunzione fra le due realtà è Harja, una giovane donna proveniente dall'Europa dell'est finita in mano al boss Ninì, che l'ha violentata e di cui è prigioniera. Il prologo del film narra la sua fuga dai due fratelli al servizio dell'uomo, di cui uno è sordomuto: fatto che inevitabilmente dà luogo ad una serie di gag fondate sulla mimica e sulla tipicità dei caratteri, che si presentano con la loro cadenza ritmica all'interno del racconto. La fuga di Harja si conclude nel fienile di Felice, uomo legato alle tradizioni e alla natura, isolato ed escluso dalla società, che possiede il potere della rabdomanzia. La donna, incinta dell'uomo da cui è scappata, si nasconde vivendo a casa del rabdomante ed entrambi sono ricercati dai due fratelli e da un altro scagnozzo mandato da Ninì che si occupa di censire, requisire ed eventualmente sabotare i pochi pozzi delle aride campagne.
I ruoli e i campi semantici messi in gioco sono ormai delineati e destinati a confrontarsi: la natura, la tradizione, l'umiltà, il sentimento, la fuga, contro la cattura, il potere, l'egoismo, la corruzione, le minacce. L'ambientazione reale dei paesaggi e degli interni ben testimonia il rapporto drammatico e di empatia con i personaggi, anche se non si evidenzia una scrupolosa ricerca compositiva dell'immagine, nella quale l'autore sembra aver cercato più la funzionalità che l'aspetto poetico. Particolare rilevanza assumono, invece, le scene in cui Cattani coglie i moti interiori dei protagonisti, quando esprime, in alcuni dei punti più intensi della narrazione, la loro stessa soggettività. Come da hitchcockiana memoria, Felice vive con una madre che è sempre nella sua stanza a lavorare a maglia, e che è proiezione della sua mente. Solo in presenza di Harja, quando i loro rapporti affettivi raggiungono il culmine, la realtà si rende oggettiva. La donna entra nella stanza da cui è sempre stata tenuta lontana, e lo spettatore, con occhi diversi, nota la camera vuota: l'uomo piange, lei scorge il cibo in decomposizione e sviene rischiando di perdere la figlia in grembo. Il dramma della ragazza, infatti, è quello di non volere un figlio dal boss che ha abusato di lei. La sua disperazione è ben rappresentata in un coppia di inquadrature, quando, sola, si dirige sull'orlo di un precipizio e le estreme angolazioni, dal basso verso l'alto e viceversa, la ritraggono in lacrime. Ancora: il ritrovamento dell'acqua da parte del protagonista è dato attraverso una dilatazione temporale del suo gesto rituale, quasi ad amplificare il carattere soprannaturale e magico della sua missione; la macchina da presa isola il personaggio nel campo arido compiendo una circonvoluzione sempre più veloce e un effetto grafico crea un vortice di acqua che lo avvolge. Ma i due anziani, poco distante, esprimono il loro punto di vista dubbio. L'immagine di apertura, del resto è, come dichiara il regista, la "soggettiva del feto": il battito cardiaco, un' ecografia, l'acqua, l'elemento vitale. Il tempo della storia e il tempo del racconto sono ben articolati in frammenti di memoria, flashback che colmano le potenziali lacune, visioni soggettive e slanci nel futuro che rivelano i destini dei personaggi nell'epilogo. Nella risoluzione dell'intreccio, quando inseguitori e inseguiti si trovano faccia a faccia, la scena presenta una costruzione elaborata sulla suspense che non esclude eventuali effetti di sorpresa.
Il messaggio esplicito, dall'indubbio valore di denuncia, è espresso con originalità, senza retorica, nella fluidità di una narrazione coinvolgente che lascia spazio alla ricerca espressiva del regista, capace di raggiungere il pubblico tramite l'impiego corale dei vari elementi messi in gioco. Dicono gli autori: "Due temi di attualità: la siccità ed il commercio dell'acqua. Da questo siamo partiti e questo abbiamo voluto raccontare con Il Rabdomante. Una storia dei nostri giorni con i protagonisti di un'Italia attualissima, un paese le cui regioni del Sud stanno andando inesorabilmente incontro ad un processo di desertificazione ed in cui è nato il business dell'acqua. La malavita, con la lungimiranza che l'ha sempre contraddistinta, ha individuato e intrapreso come attività remunerativa proprio il controllo dell'acqua. Abbiamo voluto parlare della vita di persone come Felice ed Harja, sole e sfortunate, che si incontrano e che imparano a vivere in modo migliore. Persone diverse perché vengono da mondi geograficamente distanti, esposti sin da piccoli ad una violenza disumana, e che, nonostante questo, sono in grado di trovare l'uno nell'altra la possibilità di sperare in qualcosa di diverso […]. Forse raccontiamo una favola bellissima che narra di quando, almeno per un momento, aria e acqua si fondono nel tiepido fuoco di un amore fatto di umanità e comprensione, poi sepolto vivo dalla soffocante terra del mondo". (1)
Note:
(1) Dichiarazione rilasciata durante la serata di presentazione, Teatro Nuovo, Torino 12.04.2007
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