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Il mio Paese di Daniele Vicari è un documentario dalle tante facce, è un viaggio dentro il mondo industriale, è un'inchiesta sociale, è un'indagine sul territorio che riesce a raccontare un pezzo dell'Italia di oggi e di domani. Vicari segue sin dall'inizio le orme di Joris Ivens, che nel 1960 aveva diretto L'italia non è un paese povero (commissionato da Enrico Mattei), e partendo da quei passi visivi (nel bel montaggio di Benni Atria compaiono spesso molti inserti tratti da Ivens) si addentra nell'Italia di oggi, nota e al contempo sconosciuta, dentro realtà industrali (da Gela e Melfi sino a Marghera), riuscendo a raccontarne la complessità, a vedere e cogliere e mostrare gli aspetti inquietanti, così come quelli più umani, della nostra "evoluzione" industriale e culturale.
Come eravamo, come siamo e come saremo? A queste domande sembra voler provare a rispondere, senza dirlo, Vicari. Osservare e raccogliere impressioni: è questa la sua poetica documentaria. Il mondo del film che abbiamo di fronte è un mondo che dobbiamo decifrare inquadratura dopo inquadratuta, dialogo dopo dialogo, senza commenti che giungono in soccorso. E che si tratta di un bel film lo capiamo da subito, appena vediamo un'anziana signora sbucare da un bosco, dietro rovi, rami e foglie all'interno di un'inquadratura un po' sporca e traballante. Da lì capiamo che il film è scritto, deciso e pensato, ma che apre anche al caso, all'immaginazione, ai percorsi strani della vita che il regista si trova di fronte in questo suo viaggio. E così, in questa dimensione, tutti i personaggi che incontriamo, che raccontano di sè e dell'Italia di oggi, sono personaggi vivi, reali, ma anche un po' trasognati, tra case sopra ad un impero e viaggi dentro l'arte contemporanea (Prato), barche che viaggiano sul mare (Gela) o dentro la laguna di Venezia (Marghera), studi tecnici di ricerca spersi e sperduti nella precarietà (l'Enea a Roma). E sono anche i suoni ben colti da Gianluca Costamagna e la colonna sonora di Massimo Zamboni a rendere nuova e quasi irreale questa faccia del nostro paese, suoni che vanno dalle parole finali di Bettin sulla laguna, al vento della Basilicata, al rumore della strada lungo il viaggio. È un paese che cambia ma che resta sempre uguale a se stesso, come recita il testo della canzone finale cantata da Nada, e che sembra proiettato nel futuro a forza, dove la contraddizione è all'ordine del giorno, e l'inquietudine la base delle certezze. E, in questo, il film di Vicari sa essere crudele, realistico e poetico al tempo stesso. Un film che festeggia giustamente il suo David di Donatello come miglior documentario 2007, e che per la sua intelligenza speriamo possa contribuire a far crescere livello e familiarità col genere.
Quasi cinquant'anni fa Ivens girava l'Italia con una cinepresa alla ricerca della realtà in un mondo vuoto e semplice; oggi Vicari si ritrova dentro un regno complesso, ubriacato da cattedrali industriali, inquinamenti e speranze per un'Italia migliore.
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