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L'agente di cambio Edmond Burke, uomo comune della media borghesia, dopo aver ricevuto una premonizione nel corso di un incontro con una cartomante, decide di lasciare affetti e lavoro per cambiare la sua vita, a cui non sembra mancare nulla se non un'identità reale. Tuttavia, le cose non andranno come lui stesso aveva pensato. Vagherà nella notte e negli abissi della città, alla ricerca di trasgressioni e piaceri forti senza che questi riescano a regalargli alcuna soddisfazione. L'uomo si ritrova infatti ancorato alle troppe fobie che lo hanno accompagnato fino a questo istante. Ma Edmond sa bene che dietro ogni paura si nasconde un desiderio…
Piccolo gioiello questo Edmond, che esce nelle sale italiane con due anni di ritardo dalla sua presentazione fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove peraltro aveva ricevuto ampi consensi da parte di pubblico e critica. Difficile parlare di un film che in fondo parla di tutti noi, vittime spesso di un annichilente ordinario, dei nostri frustranti limiti e di quelle piccole o grandi discese agli inferi che evidenziano il lato oscuro di ciascuno, quell'istinto che sembra appartenere ai soli animali e con cui invece, seppur sottomesso o disciplinato da una qualche virtù, si confronta quotidianamente l'essere umano. Perché a noi tutti capita, presto o tardi, in maniere lieve o profonda, di essere messi di fronte a un grado di insoddisfazione che pervade il corpo e la mente e ci fa dire "io non torno più", proprio come sussurra nelle battute iniziali Edmond alla moglie. Un allontanamento dalla vita che è poi una ricerca della vita stessa, la fuga da casa per ritrovare quella medesima casa. Le paure improvvisamente diventano pulsioni, e poi ossessioni. Esiste il lato oscuro della luna, quella notte fatta di puttane, droga, violenza e omicidi, un mondo in cui il protagonista si aggira dapprima in maniera alquanto maldestra - derubato, malmenato, deriso - per poi trasformare quell'uomo, in nome di quella violenza, da vittima a carnefice. Un odio represso e una sociopatia che l'attore protagonista, William H. Macy, esprime con una presenza scenica efficace, penetrante, mai scontata, dilaniata e dilaniante, capace di stimolare armonia e tenerezza e di incutere nell'attimo successivo terrore e ansia disturbante. Ma non è solo questo il motivo per cui il resto del cast, pur di rilievo, sembra passare in secondo piano.
Chi conosce l'opera di David Mamet (marito di Rebecca Pidgeon, che nel film interpreta la moglie del protagonista), uno dei più originali e prolifici drammaturghi contemporanei - che portò Edmond a teatro nella magistrale interpretazione di Kenneth Branagh -, riconoscerà infatti, nella sceneggiatura da lui stesso firmata, quella costruzione "tipica" che presuppone la presenza centrale di un personaggio, assolutamente dominante sul piano verbale rispetto a tutti gli altri interpreti. In Mamet la parola, ossessiva (ogni personaggio ripete ciò che ha detto l'interlocutore almeno un paio di volte), ermetica, ma comunque brillante, gioca un ruolo fondamentale, null'altro importa. Lo sa bene il ritrovato e certamente meno compiaciuto regista Stuart Gordon - talento precoce della post-Hollywood anni Ottanta a cui dobbiamo film fantahorror di culto quali Re-Animator e Terrore dall'ignoto -, che con stile asciutto e misurato si limita a seguire (anche con la handycam durante un dialogo con Julia Stiles, forse la scena più forte dell'intero film) più che a dirigere l'attore. La scelta poi di mantenere la durata sotto i 90 minuti si rivela assolutamente congeniale a una materia, comprensibilmente desueta e abusata da tanta letteratura e cinema, che si presta più a questo minutaggio (la pièce di Mamet prevedeva infatti lo sviluppo di un unico atto) che ai più diffusi 100 minuti.
Sospeso tra Fuori orario, Un giorno di ordinaria follia e American Psycho, in conclusione Edmond è un film che non mancherà di stimolare infinite domande nello spettatore (complice anche il grandioso finale), conscio di non poter trovare le risposte che cercava, certo, ma di aver comunque provato con tutte le forze ad afferrarle.
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