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Nue Propriété (Proprietà privata), presentato in concorso alla 63° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è il terzo lungometraggio di Joachim Lafosse. Un'opera che scava nel mondo privato della famiglia, tema già affrontato dal giovane regista belga, che in Folie Privée aveva raccontato il tentativo di una donna trentenne di ricostruirsi una vita dopo la separazione dal marito: una realtà familiare sconvolta dal cambiamento degli equilibri e degli affetti in campo.
In Proprietà privata una donna di mezza età, Pascale (Isabelle Huppert), dopo il divorzio si ritrova a crescere da sola nella casa di famiglia i due figli François e Thierry. Il tempo sembrerebbe scorrere regolare e tranquillo: i momenti a tavola, gli incontri dei figli con il padre, Thierry e la sua ragazza, i giochi tra i figli (il ping pong, la caccia ai topi nel laghetto, le corse in moto), il lento lavoro di François (scartavetrare le verdi ante della casa), gli incontri di Pascale con l'amante Jan. La quotidianità apparentemente serena viene minacciata dal desiderio di Pascale di cambiare vita, vendere la casa e con i soldi andarsene con Jan e aprire un agriturismo (Jan fa di mestiere il cuoco). La donna non trova tuttavia la forza di confessare il suo intento ai figli ed imporre le proprie decisioni, come intimorita accenna poco alla volta al suo proposito (durante una delle cene dice ai figli che vorrebbe cambiare lavoro), oppure agisce di nascosto (chiama un tecnico per far valutare la casa in assenza dei figli). L'atteggiamento quasi impacciato e poco autorevole della madre nel portare avanti i propri piani innescherà la reazione dei figli. L'opposizione di Thierry, il figlio più simile al padre, sarà talmente dura che François, nel tentativo di proteggere la madre, entrerà in aperto contrasto con il fratello.
La cena in cui Jan è invitato da Pascale per spiegare ai figli con chiare parole il motivo della vendita della casa non farà che peggiorare le cose. Di fronte al muro innalzato da Thierry, Jan si allontana da Pascale, sentendosi nell'impossibilità di mettersi tra lei e i figli. Pascale ha sempre meno fiducia in se stessa e dopo l'ennesimo scontro, emotivamente esausta, lascia tutto dietro di sé, prepara una valigia e se ne va da una amica. François e Thierry sono abbandonati ora a se stessi. Sempre più isolati l'uno dall'altro ingaggiano l'ultimo e fatale litigio. François cade e sbatte la testa. Nascosto poco distante dal luogo dell'incidente, Thierry attende l'arrivo dei soccorsi. Ciò che sembrava invitabile è accaduto. L'emozione e la tensione hanno raggiunto il culmine. Ora tutto è immobile, incapace di parlare, silenzioso, definitivamente rotto.
Joachim La fosse, nato a Bruxelles nel 1975, si diploma all'Institut des arts de diffusion di Bruxelles. I suoi primi passi nel mondo del cinema si rivelano da subito incoraggianti - Tribu (2001, menzione speciale al Festival di Locarno) e Folie Privée (2004, premio CICAE come miglior film europeo e candidato al Pardo d'Oro al Festival di Locarno) -, sebbene al favorevole giudizio della critica e dei festival non faccia eco un ugual successo al botteghino, tanto che dopo il suo primo mediometraggio, Folie Privée, il giovane regista decide di autoprodurre la commedia Ça rend heureux (2006), in cui un regista e la sua troupe sono alle prese con il problema della disoccupazione, quasi una riflessione sull'insuccesso economico di Folie Privée, ma anche una dichiarazione d'amore verso l'arte cinematografica. Con Proprietà privata Lafosse torna ad affrontare il tema intimista e drammatico delle dinamiche famigliari. Lentamente e inesorabilmente, giorno dopo giorno, nelle azioni abitualmente ripetute della quotidianità, la vicenda si consuma e consuma lo spettatore fino al suo tragico epilogo. Un coinvolgimento emotivo che cresce con il passare del tempo. Una perdita di equilibrio in un'umanità già sbilanciata in partenza (il divorzio tra Pascale e Luc), che fa assumere al singolo individuo posizioni sempre più nette e rigide, allontanandolo dalla possibile via della comunicazione e della comprensione e dirottandolo verso l'inevitabile caduta. Una sensazione di soffocamento e di impotenza passa attraverso gli occhi di chi guarda e non può far niente. Spazio e tempo, seguendo una ripetuta regolarità (ciò che avviene, avviene per lo più dentro le mura domestiche ad intervalli più o meno regolari, colazione, pranzo, cena), costituiscono quel piano-base solido e rassicurante dove può giocarsi e svilupparsi la controparte instabile della relazione umana.
Il modo di fare cinema del regista belga potrebbe paragonarsi a quello dei fratelli Dardenne, soprattutto per ciò che concerne il tema trattato, più che per le scelte di regia. Se nelle pellicole dei Dardenne, infatti, la macchina da presa è quasi attaccata ai protagonisti, seguendoli senza sosta nel loro dramma e contribuendo ad accrescere il senso empatico dello spettatore, nonché l'inevitabilità della tragica conclusione, Lafosse opta, invece, nelle sue, per una quasi immobilità della camera. Il suo occhio fissa gli spazi per studiarne i cambiamenti nel tempo. Le inquadrature scolpiscono lo spazio interno ed esterno suddividendolo in piccoli quadretti di quotidianità familiare. Inquadrature che non si soffermano quasi mai sul particolare (primi piani o dettagli), ma che spesso ritraggono un insieme (la famiglia a tavola) o altrimenti "lasciano fuori" (François dopo la lite con il fratello). Il montaggio rispetta la semplicità e l'essenzialità delle immagini con un ritmo cadenzato e mai estremo, così del resto la sceneggiatura, costituita da dialoghi brevi che lasciano spazio ad attese, sguardi e silenzi, a pensieri e preoccupazioni: esemplare, in tal senso, il momento che coincide con il primo vero scontro tra madre e figli, in cui si succedono una dopo l'altra le singole inquadrature di Pascale immobile nella propria auto che fissa qualcosa, di François ipnotizzato di fronte alla tv e di Thierry nell'auto con il padre.
Soltanto una tragedia può far cambiare le forze in campo, non è che questione di tempo. La rottura definitiva è in agguato. In una delle sequenze finale (la sequenza emotivamente più forte di tutto il film), subito dopo il fatale incidente, immobile all'interno dell'inquadratura Thierry, appoggiato contro il fusto di un albero, è rivolto verso gli spettatori e "attende" in silenzio nella sua angoscia. Sullo sfondo dietro di lui la casa, l'arrivo del padre, dell'ambulanza, della madre. La forza emotiva, i suoi attriti, di colpo sono spazzati via dalla tragedia, dalla superficie appuntita e rigida di un mobile (contro il quale è sbattuta la vita di François), dal sangue, dalla concretezza di un'azione involontaria. Il silenzio e il vuoto hanno ammutolito ogni lotta interiore. Ancora poche inquadrature, rigorosamente fisse, che immortalano le stanze vuote della casa, infine un movimento leggero di allontanamento da tutto. Insieme ad esso le note della sinfonia n. 2 di Mahler (unico commento sonoro all'interno di un film autosufficiente, come del resto quello dei fratelli Dardenne, sempre privo di commento sonoro, dove il coinvolgimento emotivo si basa sulla forza fisica/psichica di ciò che accade): un violino, che inizialmente sembra seguire armonicamente il movimento del resto dell'orchestra, improvvisamente diverge cercando di percorrere con fatica una propria strada per poi ritornare, infine, sconfitto, impotente, privo di forze, al movimento dettato dall'orchestra. Un tentativo di cambiare vita destinato a fallire.
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