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Un soldato entra tranquillamente in una casa della media borghesia benestante. Si aggira circospetto, finché, con tutta naturalezza, rovescia la terrina della zuppa sulla tovaglia immacolata. La macchia rossa che velocemente si espande sul tessuto bianco è immagine quanto mai significativa e paradigmatica dell'orrore che ha avvolto tragicamente tutto il '900. Un flash che fotografa una situazione realmente accaduta durante quello che lo storico Hobsbawn ha definito "Il secolo breve", il XX, cento lunghi anni accorciati drammaticamente dalla ferocia di combattimenti e massacri, teatro di una logorante e triviale guerra civile europea. Un episodio qualunque nella mattanza che ha coinvolto l'Europa e i suoi abitanti, lungo il corso di cinque, tremendi anni. Un incipit che non può non richiamare alla mente la tragedia dell'olocausto perpetrato dalla Germania nazista ai danni degli ebrei, e non solo. Ma, sorprendentemente, il riferimento è a un altro genocidio per troppo tempo dimenticato, avvenuto ai margini del ricco e indifferente vecchio continente, che vide un intero popolo (quello armeno residente in Turchia) di quasi 1,5 milioni di persone, eliminato con una cura maniacale, senza precedenti nella storia moderna.
A partire da uno dei romanzi più famosi scritti sull'argomento, La masseria delle allodole, dell'italo-armena Atonia Arslan, i fratelli Taviani tornano sul grande schermo, affrontando coraggiosamente un argomento sul quale c'è ancora tanto da scoprire, e di cui tanto si dovrà (o si dovrebbe) dibattere. La confezione è un po' antica, di maniera. Per tanti versi si intravedono le stesse difficoltà - sempre che si possano definire tali - dello stare al passo con i tempi di una modernità che viaggia sui binari dei ritmi vertiginosi e dei testi destrutturati, a cui si è piegato, nel suo ultimo lavoro, anche un regista "vecchio stile" come Monicelli. Tuttavia i Taviani riescono comunque a costruire un film interessante, mantenendo fede alla loro peculiare cifra stilistica e riuscendo a dare vita ad un corpus narrativo solido, anche se a volte tendente eccessivamente al melò. Una pecca rilevante è forse quella di non riuscire a sfumare i caratteri, le pulsioni animalesche che emergono in queste contingenze storiche, dipingendo con eccessivo manicheismo i bianchi e i neri, trascurando troppo i lati oscuri, le zone d'ombra, i tanti grigi emersi nella triste vicenda. Al contrario, il film è pieno di bianchi, magari un po' offuscati, e di neri appena smorzati, anche se tenta a più riprese di scrollarsi di dosso questa sgradevole sensazione. Il che semplifica forse eccessivamente gli intenti, facendo risultare poco organica e "ficcante" l'architettura del testo, seppur non inficiandone la pregnanza argomentativa e la passione encomiabile infusa nel racconto di una storia che descrive un periodo storico ben preciso, non cedendo mai alla tentazione di una memorialistica intimista.
Il film è dunque un po' "stanco", ma in fondo solido e sobrio, in qualche modo necessario, trattando con genuino affetto uno dei drammi più tremendi e più nascosti della nostra contemporaneità.
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