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La cinefilia e la perizia tecnica sono forse i limiti precipui del cinema di Soderbergh ed Intrigo a Berlino ne è inevitabilmente intriso come e più di altri suoi film. L'opera è in tutta evidenza una decalcomania polita e a tratti maniacale di una cinematografia indiscutibilmente di pregio, che nemmeno la nostalgia cinefila di Bodganovich era ancora riuscita a proporci con tanta cura e devozione. Soderbergh, infatti, si avvale addirittura dell'impiego di lenti e strumenti d'epoca - nonché di inquadrature archetipiche - per evocare una forma linguistica, che il cinema moderno relega al massimo al ruolo di fuggevole citazione.
Intrigo a Berlino - secondo quanto dichiarato dallo stesso regista - vorrebbe essere non il mero pretesto per un'operazione passatista, ma il paravento dietro cui celare un discorso sull'attualità politica, come a suo modo era stato Good Night, and Good Luck di George Clooney. Se dal punto di vista sia filmico che profilmico Intrigo a Berlino - per le atmosfere noir e il contesto della ricostruzione postbellica - è una riproduzione fedele di opere quali, ad esempio, Il terzo uomo o Casablanca, da quello linguistico il film vorrebbe infrangere quella sensazione di artificio tipico dell'operazione ricalco, mediante l'impiego di dialoghi scevri dalle costrizioni del codice Hays. Ma è attraverso questi strumenti filologici che Soderbergh cade nella trappola malinconica "alla Bodganovich", nel tentativo di strizzare l'occhio ad un pubblico orfano di storie e linguaggi classici, seppur rispetto a simili epigoni sarebbero da preferire gli originali. È proprio questo aspetto fondante del progetto a renderlo privo di quel calore necessario a riaccendere la passione per un cinema che sopravvive solo nella memoria retinica dello spettatore.
Soderbergh compie in questo senso un lavoro meticoloso sulle immagini, amalgamando filmati d'epoca di Wilder e Wiler con il contesto narrativo da lui stesso creato, al fine di costituire un unicum visivo tra veridicità documentaria e finzione cinematografica, al cui interno i punti di vista narrativi si scompongono per scardinare ogni scontata evidenza narratologica insita nella formula del triangolo affettivo che lega i tre protagonisti. Purtroppo George Clooney, Cate Blanchett e Tobey Maguire non sono e non possono - come spesso succede in questo genere di operazioni cinefile - emulare con successo modelli attoriali di un glorioso passato cinematografico. Unica eccezione l'interpretazione e il ruolo svolto dallo stesso Clooney, il quale dimostra da parte sua un'intelligente presa di distanza dai prototipi suddetti, presentandosi come uno sconfitto dall'aria sorniona, senza divenire per necessità un loser simil-Bogart o Cotten. Altrettanto non si può dire, invece, per Tobey Maguire, a suo modo individuo viscido, sgradevole e vigliacco quanto basta, privo però del fascino e dello spessore del villain stile Lorre; e lo stesso vale per la protagonista femminile Cate Blanchett, femme fatale che sembra prendersi troppo sul serio, avvolta nei suoi misteri ed inquietudini, sino alla risoluzione finale, che nel citare Casablanca non ne possiede, infine, lo stesso impatto emotivo.
Il regista vorrebbe fornirci una conclusione amara, consona ad una storia di tradimenti e doppi giochi volti ad introdurre una riflessione sulle varie sfaccettature del potere, come ne I tre giorni del condor, ma Soderbergh non possiede lo spessore politico ed intellettivo di Pollack, lasciando che la materia rimanga inerte e la sua critica si fermi ad uno strato superficiale, inadeguato a suscitare ponderazioni amare sulla condizione romita dell'individuo contemporaneo oppresso dai vertici occulti. Egli riesce, forse, ad essere più felicemente ambiguo ed ironico nei confronti della semantica del titolo originale (The Good German), focalizzandola alternativamente sul sedicente defunto consorte della protagonista - vittima sacrificale suo malgrado -, sul silente e spietato Macellaio (Gianfranco L'Amore) - scrupoloso ed efficace assassino al servizio del vincitore di turno -, e infine sulla stessa Lena (Cate Blanchett), donna disillusa dalla guerra ma perfetta patriota tedesca durante il regime Nazista.
Ed è questa fedeltà al sistema nemico, più o meno consapevole e cosciente, il fattore determinante nella scelta operata da Geismar (Gorge Clooney), il quale in un finale fotocopia di Casablanca decide di abbandonare la propria amata ad un destino forse non così triste, solitario y final come quello ipotizzato dallo stesso Soderbergh per i suoi protagonisti.
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