Ermanno Olmi
Centochiodi
di Chiara Federico
Ermanno Olmi, classe 1931, annuncia in numerose interviste che Centochiodi sarà il suo ultimo film narrativo. Un'affermazione non troppo inaspettata se si considera il lungo e discontinuo filo della sua attività filmica: dalle riprese sul luogo di lavoro - i primi documentari sulla Edison Volta, di cui è impiegato a partire dai primi anni '50 - al connubio tra letterarietà e reale della parte centrale della sua carriera, della quale ricordiamo L'albero degli zoccoli, Palma d'Oro a Cannes 1977, fino ad arrivare alle trasposizioni storiche degli ultimi anni, con Il mestiere delle armi (2001) e il tuffo nell'apparentemente lontana storia cinese di Cantando dietro i paraventi.
L'esordio mostra una commistione tra elementi attuali e innesti sempre più preponderanti della scrittura, tra la polvere e la frenesia aziendale dei primi anni '60 e l'attitudine "Cahiers du cinéma" di Tullio Kezich, celebre critico cinematografico con il quale Olmi stringe una solida collaborazione. È con lui che scrive le prime sceneggiature ed è suo il ruolo da protagonista nell'apprezzato Il posto. Fin dall'inizio Olmi si contraddistingue per una secchezza e una limpidezza narrativa che sconfina spesso nel documentario, e dal racconto di quel mondo industriale in fermento passa presto ad esaminare le origini dell'attività lavorativa e umana in genere. I suoi natali bergamaschi e la padronanza di un dialetto emblematico e difficile lo portano ad interessarsi al mondo contadino, alla vita ciclica dei campi e all'elegia nascosta dai suoi quadri, dalle sue nature "vive", in cui un verde intricato e assoluto convive con le fattezze rudi e fiabesche delle persone. I suoi film di finzione si svelano, in parte, come un riadattamento simbolico del documentario, dell'esatta testimonianza di una vita "altra", poetica e insieme feroce, contraltare dell'ambiente industriale precedentemente conosciuto e assimilato, ma in fondo ad esso straordinariamente affine. Il romanzo e la storiografia come arte investono la sua produzione dagli anni '80 in poi con risultati alterni, fra i quali la prova più interessante sembra essere La leggenda del santo bevitore, adattato -insieme a Kezich - da un racconto di Joseph Roth. Dal realismo al realismo magico, ai quadri sempre immobili o impercettibilmente percossi del penultimo film, Cantando dietro i paraventi, nel quale ci si appropria di una cultura "altra" - ma sempre profondamente primitiva e vicina all'"origine" - attraverso lo stratagemma teatrale. E su quel palco recita, bizzarria curiosa, un attore estratto volutamente da un altro mondo: il celebre Carlo Pedersoli/Bud Spencer.
Centochiodi, ultimo lavoro del regista, è un film insolitamente breve nel quale è possibile assaporare, con strana lentezza, una serie di dettagli preziosi tra un'inquadratura e l'altra. I dialoghi iniziali ci svelano un bizzarro delitto attraverso uno "straniamento cittadino" che ricorda alla lontana alcune creature bellocchiane. I preti e gli accademici fuori dal tempo arrivano in moto fiammanti ad accertarsi della situazione, e la loro stizza anacronistica è vivace e insieme ridicola, strategicamente "rappresentata". Quei toni ilari iniziali lasciano presto spazio al mistero già risolto che uno dei tipici "tableaux vivants" alla Olmi ci indica. E quell'indicare ha la forza di un anatema, la pesantezza di una croce: a terra giacciono libri trafitti, li esaminiamo da vicino, ombrosi e tetri, mentre dalla luce viva emergono le facce grottesche di chi spiega l'accaduto o "quello che forse è". Il professore/ professorino - l'ex modello Raz Degan - è l'autore del misfatto e protagonista del film. Scelto da Olmi per le sue sembianze cristologiche e opportunamente doppiato, impersona un uomo dalla bellezza tagliente, tipica di un pastiche etnico al quale Degan appartiene. È una figura forte e adatta, ma stridono i segni d'invecchiamento un po' posticci e giustapposti al suo viso, la perfezione accademica della sua voce e il suo comportamento danzato, sospetto fin dall'inizio nonostante l'ammirazione degli anziani colleghi.
Con questa faccia tra l'azzurro e lo scuro, il professore abbandona le prigioni mentali dell'università, si sbarazza dell'auto e dei vestiti elaborati per tuffarsi nella semplicità della vita di paese e di bosco. Fa amicizia con dei contadini (tutti rigorosamente sottotitolati) e viene corteggiato da una fornaia allegra e semplice, forse troppo. Si introduce in una casa antichissima e decadente e la ristruttura con l'aiuto dei nuovi amici, i quali nutrono per lui una sorta di incomprensibile riverenza e attorno a lui radunano il desiderio di riscatto sociale (sono tutti abusivi) e i tremori per un passato ancora vivo e inspiegato (il figlio di uno di loro sembra riemergere dalle acque e dalla notte, come un cristo adolescente che desidera solo parlare e rivivere per un istante intenso, davanti al vecchio padre), l'animalesca sensualità fatta di movimenti e sguardi, ma anche di parole staccate, di quelle piccole e davvero bizzarre, quasi fastidiose, poesie agresti con le quali tutti loro si esprimono. E l'agreste è sposato irriverentemente al satiresco, al profano di una "nuova religione" - il professore, è noto, proviene da ambienti accademici cattolici -, ma anche ad una modernità calata in quel contesto in modo un po' forzato. Se la luna giganteggia sulle acque, smerigliandole come un dono concreto e insieme irraggiungibile, poco saldi con queste acque, con questi sentieri di polvere battuta e con i grigioverdi piatti del fiume appaiono i dialoghi e le sentenze dei nuovi personaggi, tentati dalla volgarità del moderno e insieme rincantucciati nella tranquillità del loro presente immutabile, come se volessero accettare, di quel mondo vicino, la comodità e non la frenesia intrinseca.

Di questa stessa frenesia perirà simbolicamente anche il professore, mentre con calma profetica e argomentare impassibile si consegnerà all'agente di polizia nel finale del film. La religione scritta è un'utopia retrograda, e lo attesta la polvere e la consunzione di quei magnifici, decoratissimi libri. I libri contengono dogmi, ma contengono anche altro: l'ansia di secoli e il loro conflitto, testimoniato da una decoratività ossessiva ed estesa ad ogni singolo frame del film stesso. Uno strano e insanabile dissidio tra forma e sostanza, che si risolve nell'irrisoluzione di fondo del film: il professore identifica i nemici della religione spontanea in quei libri, prepara il delitto minuziosamente, li inchioda. E tutto sembra un'opera d'arte post moderna, un atto di ribellione che ci dice esattamente cosa quei libri sono e rende le immagini impotenti, incapaci di aggiungere altro pur nella loro minuziosa sapienza e bellezza.
Risiede forse in questa impossibilità di evocare il ritorno di Olmi - cognome dolce e nodoso come ciò che crea - al cinema documentario, nel ritorno di un'arte assertiva, di parola più che di figure.
CENTOCHIODI
(Italia, 2005)
Regia
Ermanno Olmi
Sceneggiatura
Ermanno Olmi
Montaggio
Paolo Cottignola
Fotografia
Fabio Olmi
Musica
Fabio Vacchi
Durata
92 min