Darren Aronofsky
L’albero della vita
di Christian Olivo
Tra passato, presente e futuro un uomo si prefigge di trovare la fonte dell'eterna giovinezza. Nella Spagna del XVI secolo è il conquistador Tomas Creo, a cui la regina Isabella dà l'incarico di scoprire l'albero della vita, una pianta la cui linfa, secondo un'antica leggenda, garantirebbe l'immortalità. Lo ritroviamo ricercatore ai nostri giorni, nel tentativo disperato di sperimentare una nuova cura per il terribile male incurabile che sta uccidendo la moglie, e infine astronauta del XXVI secolo che vaga nello spazio infinito a bordo di una ipotetica bolla d'aria portando con sé un albero secolare, immaginifica panacea di tutti i mali, con l'obiettivo di sondare i misteri e il significato della vita.
Nel 1997 la sua opera prima, Pi greco - Il teorema del delirio, sbalordì il prestigioso Sundance Film Festival, vincendo addirittura il premio per la miglior regia. Il successivo Requiem for a Dream (2000) conquistò nientemeno che il Festival di Cannes, valendo a Ellen Burstyn la candidatura all'Oscar e al Golden Globe come miglior attrice protagonista. Ora Darren Aronofsky ci riprova con questo L'albero della vita - un'idea abbozzata su un tovagliolo di un ristorante newyorchese nel 1999, cinque anni di gestazione e due major, la Warner Bros e la 20th Century Fox, a dividersi l'autore - che viene distribuito, in pochissime copie invero, dopo le forti stroncature di pubblico e di critica al suo fugace passaggio all'ultimo Festival di Venezia. L'eclettismo di Aronofsky trova terreno fertile nell'opera in esame - complessa e intensa ode al potere dell'amore -, in cui i tre piani narrativi vanno a decifrare una sola chiave di lettura, quella definitiva ed escatologica che, in maniera meno efficace e certamente più asettica, ci era stata proposta pochi mesi fa da The Prestige di Christopher Nolan: il dolore dell'esistenza, insito nel tema principale, quello cioè che ritrae il rapporto tra il marito sofferente, Thomas, e la moglie Izzi in fin di vita, e l'impossibilità di accettarne la morte. Due sentimenti essenziali, due tappe inevitabili di cui solo una totale immersione nell'immagine (la vita), come proposto dagli ultimi visionari e deliranti minuti di pellicola (immediato il rimando al 2001 di Kubrick), può restituire la sacralità.
Perché se gli eventi della nostra esistenza seguono un percorso lineare, la struttura circolare del film suggerisce un'apertura verso la morte come soluzione infinita di continuità. Come non pensare, a tal proposito, alla meravigliosa sequenza ambientata alla corte di Spagna, in cui l'affascinante Raquel Weisz (moglie del regista) è avvolta da una luce metafisica che penetra nella stanza del trono, facendo in modo che l'immagine oltrepassi le coordinate spazio-temporali per proiettarsi nell'in(de)finito? O ancora allo score firmato da Clint Mansell, assolutamente congeniale alla costruzione ipnotica del racconto, con la sua continua (ri)elaborazione di cellule motiviche atte a stimolare nello spettatore il ripensamento di una lotta, quella contro il tempo e contro la morte, decisamente impari, ma senz'altro dignitosa ed eroica, sostenuta con vigore da Hugh Jackman, che finalmente smette i panni di Wolverine per regalarci un'interpretazione notevole che non fa certo rimpiangere la mancata candidatura di Brad Pitt alla parte?
La maestria di Aronofsky risiede nella bellezza lirica e nella grazia naturale che infonde ad ogni sequenza, rendendo il film un viaggio emotivo e un'esperienza interiore difficilmente paragonabili ad altre recenti opere. Una maestria sviluppata su scala se possibile maggiore rispetto ai suoi titoli precedenti, e la facilità con cui conduce il gioco e affronta diversi mondi e rappresentazioni sono un segno evidente di quanto il potenziale di questo regista non sia completamente esaurito. Sorprendente nella tematica, nella tecnica e nelle emozioni. Da vedere. E da vivere.
L’ALBERO DELLA VITA
(USA, 2006)
Regia
Darren Aronofsky
Sceneggiatura
Darren Aronofsky
Montaggio
Jay Rabinowitz
Fotografia
Matthew Libatique
Musica
Clint Mansell
Durata
96 min