Allen Coulter
Hollywoodland
di Viviana Eramo
Evviva il noir! Se siete amanti del genere, ma The Black Dahlia vi ha lasciato come istupiditi di fronte all'inestricabile gomitolo di nomi e cognomi dei troppi personaggi coinvolti nella vicenda e non avete avuto il coraggio di confessare che il film non vi ha poi tanto convinto - poiché religiosamente devoti ad un maestro come Brian De Palma -, allora Hollywoodland dell'esordiente Allen Coulter è il noir che fa per voi. Siamo nel 1959. George Reeves, il Superman televisivo che ha riempito l'immaginario di milioni di bambini, muore nella sua stanza da letto. Ufficialmente è un suicidio, ma la madre, poco convinta, non si dà pace e decide di affidare ad un investigatore privato il compito di far luce sulla vicenda. Si intersecano così due piani temporali, e di azione, diversi: il presente, in cui si muove l'investigatore Adrien Brody, e il passato, nel quale ritroviamo Ben Affleck/Superman incapace di far carriera nel mondo del cinema, imprigionato dal suo ruolo televisivo e forse pure dalla relazione che intrattiene proprio con la moglie (Diane Lane) del capo della MGM (Bob Hoskins).
Il film rispetta tutti i clichè del genere noir senza tuttavia rimanervi incastrato. Ed ecco dunque la fotografia scura, gli amori clandestini, la buona dose di inettitudine che tutto pervade, e la "vittima" di turno costretta a subire minacce anche fisiche. Scelta pericolosa per Allen Coulter, un esordiente proveniente dal mondo televisivo (ha diretto numerosi episodi de I soprano e Sex and the City), che dimostra, invece, di saper evitare rappresentazioni manichee e facili stereotipi, anche grazie all'ottima sceneggiatura di Paul Bernbaum. I personaggi hanno ampio respiro e il film è l'efficace ritratto di un'epoca in cui il piccolo schermo minaccia pericolosamente la grande Hollywood. Adrien Brody interpreta egregiamente, con quella sua faccia allungata, l'investigatore dall'ironico cinismo alle prese col mondo dello spettacolo, a cui guarda con divertito disprezzo, interessato soltanto agli introiti economici e alla pubblicità gratuita sulla carta stampata che potrebbe ricavare dalle sue indagini. Vive in un condominio popolato di strani individui, come quel nonnetto tutto palestrato che fa ginnastica sui pianerottoli, simbolo di un'inadeguatezza quantomeno ridicola. Eppure il nostro investigatore dimostra, come le regole più elementari del genere richiedono, una proverbiale scaltrezza, destinata a scontrarsi con le leggi non scritte di un mondo fatto anche, e soprattutto, di subdoli poteri.
L'evoluzione del personaggio è davvero ben disegnata, grazie anche al dialogo virtuale che instaura con Ben Affleck/Superman. I due ovviamente non si incontrano, ma il rapporto investigatore/investigato, sottolineato dal puntuale montaggio, diventa uno degli elementi di maggior spessore del film. Adrien Brody eredita le possibilità di riscatto che l'attore non ha avuto, o non ha potuto, sfruttare in vita, ritrovandosi suo malgrado a reinterpretare le ansie di un uomo alla ricerca di un posto in un mondo che lo rifiuta. Ben Affleck, visibilmente ingrassato e premiato per questo ruolo con la Coppa Volpi, dà la prima prova di interpretazione credibile, restituendo nelle sue espressioni tutto il dramma di un attore incapace o sottovalutato, "costretto" ad indossare un costume ridicolo da supereroe, quando nella vita di poteri magici proprio non ne possiede. Il vero potere lo detengono i capi delle major, disposti a riservargli solo parti di secondo piano e insensibili nel decretarne la morte come attore, e (forse) come uomo. I piani della finzione e della realtà sono come interscambiabili, visto che George Reeves non riesce a liberarsi del proprio personaggio, rimanendo Superman anche da morto. E allora diventa quasi naturale che un bambino tenti di sparargli, convinto che i superpoteri del suo eroe preferito funzioneranno sul serio, e che l'attore si muova in un mondo che proprio nella finzione trova la sua ragion d'essere.
La Hollywood disegnata da Allen Coulter è tutt'altro che edificante, fatta di doppi giochi, interessi unicamente economici e vendette anche violente nei confronti di chi, come l'investigatore Adrien Brody, arriva ad infastidire i "piani alti", cercando quella verità che Hollywood non vuole rivelare. Negli anni '50 l'industria del cinema è arroccata su se stessa e cerca di difendersi a tutti i costi dall'avanzata sempre più ingombrante del piccolo schermo, che ruba spazi importanti nell'immaginario collettivo. Ma se Hollywood è tutt'altro che un ambiente sano, la tv non è certo il paradiso, vista la demenzialità dei suoi prodotti. È buffo che a raccontarcelo sia proprio un regista di telefilm, che utilizza in questo film anche attori provenienti dalle serie tv, come a dire che oggi è il cinema a derubare il piccolo schermo, o forse che le cose non sono poi tanto cambiate e i misteri insoluti restano tali. Nel finale amaro, e insieme pieno di speranza, l'investigatore è diventato un uomo diverso, lontano dal personaggio strafottente incapace di capire e ascoltare il figlioletto, "depresso" perché il suo supereroe preferito è morto. Se c'è un potere che ha un valore positivo è proprio quello immaginifico, al quale il Cinema conferisce legittimità. Ed ecco allora che lo stesso investigatore, sprezzante nei confronti del mondo della finzione, si finge qualcun altro per strappare informazioni utili alle indagini, e le immagini delle sue ricostruzioni del crimine si susseguono vividamente, come dei film mentali. Nel buio di una stanza un proiettore ridà vita al suo passato di padre amorevole: un "cinema" genuino, lontano dai traffici (il)leciti delle major.
Nonostante l'immatura gestione del ritmo, che fa seguire a una prima parte faticosa pochi momenti di grossa tensione (per un attimo sembra un thriller), per poi di nuovo diluire fastidiosamente l'ultima parte, il film rimane un piccolo gioiello. Ma in pochi potranno accorgersene visto il pessimo lavoro della distribuzione italiana, almeno per quanto riguarda la capitale, dove Hollywoodland è stato in programmazione in un'unica sala. Un peccato imperdonabile.
HOLLYWOODLAND
(USA, 2006)
Regia
Allen Coulter
Sceneggiatura
Paul Bernbaum
Montaggio
Michael Berenbaum
Fotografia
Jonathan Freeman
Musica
Marcelo Zarvos
Durata
126 min