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"Avevo pensato a tante cose da dirti, e ora che sei qui non mi viene più niente." Antonio e Dito sono uno di fronte all'altro, una visita attesa quindici anni. Non sapremo mai cosa si sono detti, ma, a conti fatti, non importa. Quello che conta, al contrario, è che siano stati lì, in quel momento. Esserci, punto. Questo pare essere il consiglio di Dito ai suoi lettori, al pubblico delle sale, soprattutto a se stesso: ci sono momenti in cui partire, cambiare, cercare qualcosa che non si trova nella quotidianità che ci circonda può essere inevitabile, ma in una fuga difficilmente si troveranno le risposte cui ognuno di noi tende. Non è un caso che Dito le intuisca guardandosi dentro, scrivendo un libro che, probabilmente, è tutto quello che lui avrebbe sognato di dire, fare, vivere; non è un caso che i vecchi amici, l'amore, i genitori lasciati alle spalle (?) abbiano sempre in qualche modo intuito la strada che il protagonista non ha mai avuto chiara, fino al suo ritorno a casa.
Robert Downey Jr aveva visto giusto, quando fra le pagine dell'autobiografia di Montiel scorse una materia letteraria che è cinema puro: quest'opera prima, con tutto il suo genuino essere acerba, lascia senza fiato per sincerità, forza, umanità. Padri e figli, giovani allo sbando, periferie degradate, amicizie, mali sociali: quante volte sul grande schermo sono state riportate queste problematiche? Eppure, Montiel ha colto la differenza fra prodotto e opera: il tema, per l'appunto, e la storia. Questo fa grande Guida per riconoscere i tuoi santi. Il suo essere una storia. Di quelle che si sentono, si vivono, si raccontano senza essere registi, o scrittori, senza macchina da presa o da scrivere, un budget o una produzione: tutti siamo, o saremo, in qualche modo, padri, amici, innamorati. Tutti vedremo morire qualcuno cui siamo legati, o nascere qualcuno cui, forse, lo saremo. La grande qualità di quest'opera sta proprio nel non prendere le distanze dalla sua materia, dalla fisicità che soltanto i ricordi vissuti hanno, anche quando la mente li appanna. Di fronte all'incredibile impatto emotivo che questa "guida" è in grado di dare, il resto pare quasi passare in secondo piano, o, ragionando a mente fredda, apparire come una sorta di semplice valore aggiunto: lo scrittore/regista dimostra, al suo debutto dietro la macchina da presa, ottime capacità di conduzione degli attori e di scelta delle inquadrature, nonché una notevole sensibilità di narratore. Il cast è azzeccato e in grande forma - applausi a Downey Jr e Palminteri, senza dimenticare Dianne West e Channing Tatum -, ritmo, fotografia e montaggio, quest'ultimo legato alla struttura di una sceneggiatura giocata quasi interamente su flashback e flashforward, perfettamente orchestrati e funzionali. Continuando a restare su un piano prettamente tecnico, Montiel, forte di una base solida fornita dall'ottimo script, riesce nell'intento di mantenere l'essenziale al di fuori dell'inquadratura, lasciando allo spettatore una delle libertà più belle nel confronto con una forma d'arte: quella dell'interpretazione. La curiosità di muovere il passo successivo, anche di fronte a un evidenza non mostrata, è segno di grande maturità e rispetto verso il fruitore, e se rispettata a sua volta, può fare di questo inconsueto esordiente e della sua opera futura una voce certamente importante del cinema "indipendente" americano.
Un cinema, quello di questo film, che ferisce e fa sentire il suo passaggio, lasciando spazio alla speranza ma non alla catarsi. Questa, paiono suggerire le immagini, è una responsabilità verso se stessi e chi vive al nostro fianco, e al pari di Dito, rispetto alle nostre storie, verrà soltanto fuori dalla sala, passato del tempo, quando anche noi saremo, in un modo o nell'altro, tornati a casa con il nostro peso. Un peso che grava su ogni piccolo microcosmo, sia esso una famiglia, un quartiere, una città: uno scomodo testimone passato di mano in mano nel corso di una staffetta non sempre voluta, certo non semplice e dolorosa. Nel momento in cui Dito, seguendo i suoi sogni o la necessità di fuggire, lascia New York dietro di sé, martiri e santi con lei, il peso non sparisce, ma resta. Sulle spalle di suo padre, dei suoi amici, della sua ragazza. L'eredità di Dito poggia sulle malcelate sofferenze di un padre che non riesce ad essere padre, di una donna che lotta sola perché il figlio abbia un avvenire migliore del suo, di un uomo la cui gioventù è stata rubata da un disagio che è stato il solo, per coraggio o stupidità, ad affrontare di petto. Le relazioni sono entropiche quanto l'universo, eterne come l'energia: nulla si crea e nulla si distrugge, e per ogni Dito in viaggio per la California ci sarà sempre un Antonio in carcere. L'equilibrio del mondo, in qualunque senso e modo lo si voglia vivere, o vedere, passa da qui.
Nessuno può sapere cosa si saranno detti Dito e Antonio, una volta uno di fronte all'altro, ma non ha importanza: entrambi, fattisi uomini, conoscono la strada che stanno percorrendo, consci del fatto che ognuno di loro ha partecipato a rendere l'altro ciò che è. Entrambi hanno visto la loro vita scorrere senza riuscire ad esprimere al massimo i sentimenti tenuti stretti al cuore, rifugiandosi nelle botte o fra le pagine. Flori, la madre di Dito, chiede a suo figlio: "Hai amato così tanto tuo padre nel libro, perché non riesci a farlo ora?". Laurie, che fu il suo primo amore: "Sei stato tu ad uccidere tuo padre, ogni singolo giorno dalla tua partenza fino a oggi." E il padre: "Domani andrai a trovare il tuo amico Antonio, perché è un bravo ragazzo e glielo devi." Dito sospira: "Io ho abbandonato tutti, ma loro non mi hanno mai abbandonato". La vita non ci abbandona mai, e le persone che ne fanno parte, forse, ancora meno. Nell'antica Grecia ci fu chi tradusse l'immortalità come la presenza nei ricordi delle persone che ci hanno amati. I tempi sono cambiati, e forse non è più l'amore a farla da padrone, eppure la forza del ricordo rispetto all'intensità di un legame appare quanto mai indubbia. A Montiel il merito di averlo riconosciuto e di averlo ricordato senza invadere i nostri occhi, le nostre storie. Questa è la sua, indubbiamente. Ma, a modo nostro, siamo tutti Dito, Flori, Antonio, Laurie, Monty.
A modo nostro, nella nostra vita, nella nostra storia, saremo Dito o Antonio. Qualcuno di noi lascerà un peso per volare più in alto, e qualcun altro resterà a sostenerlo. Sono le regole del gioco. La cosa importante è riconoscere i propri santi, e non dimenticare mai di ringraziarli, ad ogni occasione. Perché la strada che abbiamo percorso è lastricata del loro sangue.
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