Larry Charles
Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan
di Maurizio Ermisino
Il ciclone Borat è arrivato anche da noi, portando con sé il suo pesante carico di scherno e irrisione. Successo annunciato (forse leggermente inferiore alle attese) per un film che è partito in sordina a novembre in poche sale degli Stati Uniti (e ugualmente in sordina l'abbiamo visto alla Festa del Cinema di Roma), e in pochi giorni, grazie al passaparola, ha conquistato tutti. Nessuno può dire di non aver sentito parlare del reporter kazako, dai baffi alla Groucho Marx, investito dal suo governo di fare uno studio culturale sull'America. Quello che ormai è certo è che Sacha Baron Cohen difficilmente potrà riproporre il gioco, cioè filmare la gente a sua insaputa facendosi credere un vero reporter. Ma quali sono le ragioni di un successo così grande? Ve ne sono di esterne e interne al film, alcune immediate, altre più profonde.
Partiamo dall'esterno. L'oculata strategia di marketing della 20th Century Fox ha creato grande aspettativa intorno al film, facendone una caso prima ancora della sua uscita. Come dicevamo, Baron Cohen si è finto un vero reporter, e così facendo ha ripreso le persone a loro insaputa. O meglio: qualcuno sapeva di essere ripreso, ma per qualcosa di ben diverso rispetto a ciò che si è poi visto sfilare davanti agli occhi sullo schermo cinematografico. Da qui la lunga serie di querele (non solo da parte degli intervistati americani, ma anche dello stesso governo kazako, ritratto come un paese ai margini della civiltà, e del villaggio romeno in cui è stato ricostruito) che hanno fornito una fonte naturale e inesauribile di pubblicità, abilmente enfatizzata, alla quale si sono poi aggiunte operazioni di marketing da guerriglia, nello stile irriverente del personaggio, come una serie di mini affissioni nei bagni di alcuni cinema e locali.
Addentrandoci nel cuore del fenomeno, è evidente tuttavia come la sola pubblicità, in assenza di contenuti validi, non sarebbe stata sufficiente a giustificarne il successo. E, a livello superficiale, il film è irresistibile. Come per il Peter Sellers di Hollywood Party, le gesta di Borat, spesso anche di bassa lega e per nulla politically correct, lasciano letteralmente senza fiato. Eppure il film non si esaurisce qui. Addentriamoci ancora, e scopriremo che lo studio culturale, dichiaratamente finto, in realtà è vero: nel senso che se il reporter non è un reporter, le persone che incontra, invece, sono reali, e il suo gioco fatto di volgarità, razzismo, antisemitismo, xenofobia e misoginia non fa altro che fungere da specchio, riflettendo e accentuando le reazioni dei suoi interlocutori, che non fanno una piega di fronte alle presunte follie del personaggio, e, nel peggiore dei casi, approvano i suoi comportamenti. Si ride amaro dunque, perché a ben guardare non è soltanto l'America ad uscirne con le ossa rotte, ma tutto un sistema di pensiero e di valori. Anche noi, insomma, abbiamo poco da ridere: se Borat, infatti, avesse per caso deciso di fare un reportage sull'Italia, certe ottusità e certe arretratezze di pensiero non sarebbero mancate nemmeno qui. Anzi…
Un ultima riflessione riguarda il senso dell'operazione Borat nel contesto del cinema attuale, in cui i rapporti di forza tra realtà e finzione si stanno progressivamente ridefinendo. Abbiamo imparato tutti il significato della parola mockumentary, cioè finto documentario, in un momento in cui quasi contemporaneamente sugli schermi, ultimo di una lunga lista, ne è arrivato un altro, Death of a President, anch'esso poco tenero nei confronti dell'America. Il cortocircuito si deve, ai tempi, a Michael Moore, che con i suoi Bowling a Columbine e Fahrenheit 9/11 ha imposto il documentario come genere tutt'altro che noioso, appagando il bisogno di verità in tempi in cui l'informazione è sempre più controllata e indirizzata, e la finzione è continuamente superata dalla realtà. Il risultato è stato che anche il cinema di finzione si è appropriato dei linguaggi del cinema verità per essere più incisivo. E più vero del vero. Nel senso che il film sull'ipotetica morte di Bush manipola materiali di repertorio per raccontare la restrizione della libertà, che di fatto esiste. E, ancora meglio, Borat usa un finto giornalista e la forma di un finto documentario per mostrarci cose che sono tutte vere, anche se si stenta a crederci. Il paradosso è questo. Ridete a crepapelle, ma c'è poco da ridere.
BORAT – STUDIO CULTURALE SULL’AMERICA A BENEFICIO DELLA GLORIOSA NAZIONE DEL KAZAKISTAN
(USA, 2006)
Regia
Larry Charles
Sceneggiatura
Sacha Baron Cohen, Anthony Hines, Peter Baynham, Dan Mazer
Montaggio
Craig Alpert, Peter Teschner, James Thomas
Fotografia
Luke Geissbuhler, Anthony Hardwick
Musica
Erran Baron Cohen
Durata
82 min