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Michael Mann ormai è una garanzia, e questo lo si era capito già prima, continuando a confermare con Miami Vice, presentato a Locarno in anteprima europea, un talento autoriale sempre più raro e precario nel cinema odierno (o perlomeno americano), sommerso ormai da inutili sequel-prequel-remake.
L'inizio è travolgente, niente titoli di testa, niente preamboli, i due poliziotti S. Crockett (C. Farrell) e R. Tubbs (J. Foxx) sono nel mezzo di un'operazione in discoteca, qualche minuto dopo si passa sul tetto dell'edificio, immerso nella città notturna che farà da sfondo a buona parte dell'opera: Mann preferisce non prenderla alla lontana (tagliando per le sale la scena degli offshore, della quale peraltro andava piuttosto fiero, che doveva aprire il film), mettendo le carte in tavola fin da subito.
Anche all'occhio meno esperto non sfugge l'impatto visivo di quest'opera: girata interamente in digitale risulta essere tecnicamente un'evoluzione dei precedenti Alì e Collateral, dove la pellicola ha man mano ceduto il posto. L'uso di questa tecnica unito alla presenza di Dion Beebe (Memoirs of a Geisha) come direttore della fotografia permette al regista di restituire un'immagine della città in toni cupi, disincantati, crudamente realistici. Mann è il solo a saper filmare la città notturna in questo modo, si ricordino a dimostrazione le scene in taxi o le inquadrature a piombo sulle strade losangeline dell'opera precendente, riuscendo ad infondere un'atmosfera unica: ogni scena, ogni inquadratura meriterebbe un capitolo a sé, per la maestria con cui è stata girata.
Il cineasta statunitense, ovviamente e intenzionalmente dimentico di spiagge assolate, bikini e fenicotteri rosa, ci consegna un'opera che in concreto nulla ha da spartire con l'omonima serie televisiva, se non per quanto concerne i nomi e l'ambientazione. Alcuni potrebbero trovarsi spaesati di fronte ad un film avente le carte in regola per essere un semplice blockbuster o un film di genere, ma che tale non si rivela. Nel corso delle oltre due ore di durata, una sola è la vera sparatoria, poche sono le scene d'azione, perché il regista di Heat, qui come in precedenza, insiste sugli umani, sulle relazioni, sugli affetti, sui silenzi e sugli sguardi. Uno dei due poliziotti fin dall'inizio ha una relazione stabile con una donna mentre il secondo ne instaura un'altra in veste infiltrata ad operazione in corso. E su questi binari scorre il film, sui loro risvolti e sulle loro conseguenze, prendendo a pretesto la vicenda narco-poliziesca, per dare spazio a campi e controca! mpi fatti di silenzio, ma di un silenzio pregnante dove gli sguardi comunicano più dei dialoghi (e non per niente Malick aveva già intuito il talento espressivo di Farrell mettendolo a frutto nel suo The New World). Il paesaggio, diurno o notturno che sia, è onnipresente: i lampi di un temporale, il cielo cosparso di nuvole, il verde in cui sono immerse le narco-ville, il mare che circonda i fuoribordo.
Uomini immersi nella città, nel paesaggio, uomini che il paesaggio lo scrutano in inquadrature apparentemente inutili ai fini della vicenda, uomini che vivono e uomini che muoiono. E' questo il cinema di Mann, pulsante di verità e verosimiglianza, pregno di dettagli e di piccolezze importantissime. Un film che trasuda coinvolgimento ed emozione, dalla scena al bar con Sonny e Isabella (G. Li), alla liberazione dell'ostaggio, dalla sparatoria decisiva, peraltro con eccezionali effetti sonori, agli amari risvolti finali.
La visione di fondo del regista è disincantata, ma non priva di speranza: la fortuna è labile, tuttavia ci bastano un dito che accenna a muoversi ed un uomo che con falcata decisa entra in una clinica per farci immaginare, durante i titoli di coda, una fine, per un film chiaramente privo di inizio e fine, un film aperto che non offre soluzioni a basso costo.
Menzione di merito oltretutto per la colonna sonora sapientemente selezionata, da ascoltare e riascoltare, ove re-mix di Nina Simone, brani degli Audioslave e gioielli come Autorock dei Mogwai interlacciati alle immagini s'insediano di prepotenza nella mente dello spettatore. Nel suo svilupparsi Miami Vice si lascia apprezzare con la vista, con l'udito e col cuore e Michael Mann, caso più unico che raro di regista vivente a non aver sbagliato un colpo nella sua filmografia, ci dimostra che il cinema non è morto, ma ha ancora tanto da dare. E in lui noi confidiamo.
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