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11/10/2007: George W. Bush viene assassinato a Chicago. Questo il presupposto artificioso dal quale prende il via il coraggioso mockumentary del giovane regista Gabriel Range, in cui egli mischia con grande abilità tecnica sequenze fittizie e filmati reali d'archivio giornalistico per dare vita a una realtà molto verosimile, che immagini le conseguenze dell'assassinio dell'attuale presidente degli Stati Uniti d'America. Il film ipotizza poi che Cheney, una volta diventato il nuovo presidente, faccia di tutto per trovare un capro espiatorio che possa far pensare all'omicidio di Bush come ad un delitto di matrice terroristica-islamica, in modo da garantirsi l'appoggio dell'opinione pubblica in un eventuale guerra contro la Siria, considerata uno stato canaglia dall'amministrazione americana. Tutto quando in realtà il vero assassino è invece un cittadino americano sconvolto per la morte del figlio, un militare ucciso in Iraq.
Sarebbe scontato spendere parole sulla scelta dell'argomento di fantapolitica su cui la pellicola pone le sue basi, ma paradossalmente questo è il suo lato meno interessante. Se visto infatti solo ed esclusivamente da questo punto di vista il film risulta senz'altro poco illuminante e a lungo andare noioso, soprattutto nella seconda parte dall'avvenuta uccisione in poi, quando le forze dell'ordine si muovono alla ricerca del colpevole secondo schemi poco originali, presi in prestito dalle detective series televisive, vedi CSI. Uno "spettatore tipo" di questo film inoltre difficilmente potrà rimanere colpito dal sentire parlare di complotti messi in atto dagli Stati Uniti per poter muovere guerra a paesi del medio oriente, ritenuti colpevoli di favoreggiare il terrorismo internazionale di matrice islamica. Queste infatti sono teorie (o notizie, a seconda del punto di vista che si può avere a riguardo) ormai note ai più, quasi sicuramente almeno per chi decide di recarsi al cinema per vedere Bush morire assassinato su di un grande schermo panoramico. Quindi questo tipo di pubblico sarà presumibilmente quello che resterà più deluso dalla visione; se non altro perché durante il film Bush non è mai oggetto di critiche dirette per il suo operato ed anzi è quasi idolatrato nelle dichiarazioni dei suoi stretti collaboratori, interpretati molto credibilmente da attori sconosciuti. Range insomma cerca di farci ragionare più sul sistema in sé, che sul singolo, evitando attentamente di fare lo sbaglio di Michael Moore in Fahrenheit 9/11, ovvero attaccare a viso scoperto e senza remore Bush, per ottenere nient'altro che l'effetto opposto a quello desiderato, ovvero inimicarsi l'opinione dei suoi connazionali e favorirne la rielezione.
Il film in pratica risulta essere molto più difficile di quello che si possa pensare prima della sua visione (questo evidentemente a causa della campagna pubblicitaria a suo sostegno, che ha puntato sull'effetto sensazionalistico della finta uccisione di Bush). Esso è infatti, più che un analisi approfondita dell'attuale situazione politica statunitense e delle sue possibili implicazioni future, una riflessione assai nitida sulle modalità immorali dell'informazione mediatica a cui siamo sottoposti tutti i giorni. Questo rimanda al nostro stato di passività di fronte alle news propinateci dai media in quanto spettatori inermi, privi di un qualsiasi "sistema immunitario" contro la propaganda che ci viene buttata in faccia dal tubo catodico casalingo.
Range vuole dimostrarci insomma che con pochi mezzi e un po' di abilità tecnica è possibile rendere verosimile qualsiasi teoria, a supporto di un qualsiasi ideale; metterci in guardia in sostanza sul fatto che non è tutto oro colato ciò che ci viene rifilato.
Nonostante le nobili intenzioni di quest'operazione però molti potranno storcere il naso di fronte a una pellicola che mischia reale e irreale, cosa peraltro che accade spesso nei confronti di opere come simili. Opere che in qualche modo uniscono cose che già esistono con cose che potrebbero esistere. Ma questo, a ben guardare, altro non è che il retaggio di tutta l'arte contemporanea occidentale, a partire dalle avanguardie storiche dei primi del '900 fino ai giorni nostri. Risemantizzazione, non è forse questo il concetto cardine di tutta l'arte degli ultimi cento anni? Che poi non vuol dire niente di più che prendere una cosa, un oggetto, un'idea che già esiste, stravolgerlo, allontanarlo dallo scopo originario per cui era stato creato e quindi dal reale, caricarlo di significati più profondi, e poi riproporlo al pubblico in questa sua nuova veste. Questi erano i ready made di Marcel Duchamp ad esempio, che hanno aperto la strada a centinaia di altre esperienze artistiche. Strada in cui questa pellicola sicuramente si inserisce.
Non a caso il Festival di Toronto ha assegnato a Death of a president il premio della critica "per l'audacia con cui deforma la realtà, al fine di raccontare una verità più grande". Una verità che si allontana dal contingente per diventare paradossalmente più credibile per chiunque la sappia distinguere. L'importante insomma non è raccontare la realtà per quella che è nei minimi particolari(operazione impossibile, basti pensare a Cesare Zavattini che ha speso una vita intera nel tentativo di riuscirci) ma puntare all'essenziale dei fatti che si trova ben al di sotto della semplice superficie. Se poi per farlo bisogna in qualche modo "barare" non importa, perché il fine giustifica i mezzi. E se qualcuno griderà allo scandalo basterà ripensare alla fontana/orinatoio di Duchamp.
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