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Il termine remake non è esatto per definire l'ultima pellicola di Michael Mann, Miami Vice. Basato sulla serie televisiva omonima degli anni ottanta, di cui lo stesso Mann fu produttore esecutivo, il film si discosta da questa per forme e contenuti. I detective Crockett (Pharrell) e Tubbs (Foxx) ci sono ancora, con i loro abiti griffati ma hanno perso il loro umorismo come d'altronde ci sono ancora le Ferrari , non più rosse ma grigio canna di fucile. I tempi sono cambiati e chi si aspetta le atmosfere cool della Florida rimarrà deluso: la Miami di Mann è un cupo tappetto di edifici e luci al neon, sovrastata da un cielo plumbeo squarciato da lampi. Ambiente nel quale convivono criminalità e lusso sfrenato, dove i party e le auto lussuose sono soltanto lo specchio fosco del ventre molle della città.
I due poliziotti si muovono sotto copertura per indagare su un traffico internazionale di droga, organizzato da un gruppo di criminali sudamericani. Al caso lavorano i federali da tempo, coinvolgendo numerose agenzie di spionaggio e sorveglianza ma qualcosa va storto e la missione è compromessa.
La Miami Dade (l'agenzia nella quale lavorano i nostri) viene chiamata a far parte dell'operazione ma ci si renderà presto conto, con il proseguire delle indagini, che il nemico da affrontare è più grande ed organizzato di quanto ci si aspettasse. Ad aggravare la già instabile situazione ci pensa Isabella (Gong Li), amante astuta e calcolatrice del capo dei narcotrafficanti, la quale fa perdere la testa a Crockett mentre al povero Tubbs rapiscono la fidanzata. Nonostante questi "incidenti di percorso" i due riusciranno a potare a termine la missione in un rocambolesco finale in cui tensione empatica e chiazze di sangue sull'ottica della macchina da presa si amalgamano alla perfezione nello stile tipico di Michael "Macho" Mann.
Notevoli le scene girate in esterni dove il regista ancora una volta, l'aveva già fatto in Heat ed in Collateral, sceglie l'uso di ambientazioni reali piuttosto che artificiali. Sfrutta la luce ambientale, cogliendo sempre i migliori momenti di ripresa, crea inquadrature uniche, compatte. Menzione particolare va fatta alla fotografia di Dion Beebe( memorie di una geisha) che si dimostra a proprio agio con le tecniche propie del digitale pesante.
Il montaggio è abbastanza serrato, tuttavia i molteplici punti di vista sono congiunti senza particolari effrazioni. Il lavoro in incognito, con tutte le implicazioni psicologiche del caso, viene interpretato più che egregiamente dai due attori protagonisti che devono qui lavorare su una doppia istanza: quella reale e quella diegetica di agenti trasformati in criminali, attenti dunque a ponderare ogni espressione, sguardo, parola, a non lasciar intravedere nessuna insicurezza: un minimo errore può mandare in aria tutto, compresa la loro stessa vita: una recitazione nella recitazione. Dunque mai farsi coinvolgere e distinguere sempre la realtà dalla finzione, altrimenti poi "le coperture saltano e muoiono le persone sbagliate".
Ricordare sempre di mantenere un certo distacco, fra il proprio io reale e quello finzionale, induce uno certo stress psicologico che è avvertibile nel film. Le musiche di John Murpy sono funzionali a ricreare questa tensione, con una strumentazione abbastanza minimale, bellissimo il brano di chiusura del film "P is for piano". Magistralmente usate anche le musiche preesistenti di artisti rock come Linkin Park, Cris Cornell e Nonpoint. Un film lineare, in conclusione, per quello che solo superficialmente possiamo definire come un action movie: si veda invece Miami Vice come un noir contemporaneo oltre che una introspezione sulla totale alienazione del lavoro sotto copertura, fino alla completa perdita di identità.
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