Marc Forster
Vero come la finzione
di Pietro Salvatori
Il sodalizio, ormai giunto alla sua (pare) definitiva rottura, tra Michel Gondry e Charlie Kaufman ha rilanciato, con nuovo vigore, all'attenzione del filmaking odierno la tematica del metaracconto, dell'incrocio al limite del surreale tra diegesi ed extra-diegesi, della decostruzione spazio-temporale della realtà filmica in un primo momento data per acquisita. Percorre questo filone narrativo Vero come la finzione, ultimo lavoro del regista di Finding Neverland, Marc Forster, che si muove tra due spazi d'azione complementari e divergenti al tempo stesso. Il primo è il piano del racconto, la favola vissuta dallo scrittore, e insieme con lui dallo spettatore, in qualità di narratore onnisciente che dirige la storia, gli snodi narrativi, l'evoluzione dei personaggi, dove meglio crede. Narratore che ha il volto di Emma Thompson, scrittrice di successo, bloccata nel punto catartico del suo ultimo, definitivo romanzo. Ed ecco il secondo livello, quello di chi racconta, contrapposto al piano della storia narrata da un semplice, quanto efficace schema narrativo.
Lo spunto, dunque, è quello classico del piano "reale" da cui parte, con l'ausilio della voce narrante, una storia. Quella, in questo caso, di Harold Crick, mesto e dimesso impiegato delle imposte con il vizio di matematizzare ossessivamente tutto il reale: dai colpi di spazzolino sui denti, al numero dei passi che occorrono per recarsi alla fermata dell'autobus, ai millilitri di sapone contenuti nei recipienti dei bagni pubblici. Forster è bravissimo a lavorare sullo spettatore, riuscendo a dare per acquisite queste coordinate dopo nemmeno cinque minuti di pellicola. Perché da subito subentra il mescolarsi dei due piani d'azione che filmicamente dovrebbero rimanere separati, attraverso un espediente narrativo interessante. E cioè che il "narrato" si accorge della voce narrante, elemento che di per sé dovrebbe essere puramente cinematografico, sganciato dalla realtà diegetica, identificazione dello sceneggiatore che possiede tutti gli incastri della trama, volendone fornire agli spettatori alcuni piuttosto che altri. Invece no, Harold Crick (sullo schermo ha le sembianze di Will Ferrel) inizia a sentire quello che la voce, seguendo l'evolversi del romanzo della scrittrice, dice su di lui, un espediente attraverso il quale gli autori confondono i confini della diegesi narrativa per andare a ricomporre una realtà scenica più complessa. Problema da schizofrenia, da apparente malattia mentale, che si complica improvvisamente nel momento in cui la voce preannuncia con sicurezza la futura morte di Harold. La ricerca disperata di un senso da dare alla propria vita in funzione di una futura dipartita, porterà ad una (apparente) composizione dei due livelli sui quali si muove la pellicola, orchestrata abilmente dalla sceneggiatura di Zach Helm.
Il film si configura così come uno spunto di riflessione sulla potenza narrativa del mezzo-cinema, che si scompone e si ricompone a piacimento attraverso una strana e spaesante sensazione di solidità, un abile gioco delle parti che attinge alla letteratura a piene mani, diventando tuttavia poco più di un esercizio di stile. Pur nel riuscito controllo della recitazione, nella cifra misurata e sommessa che è propria dello svolgersi della storia, Vero come la finzione non riesce infatti ad elevarsi al di sopra dello status di colta e raffinata disquisizione sul mezzo cinematografico, della sua plasmabilità e del suo possibile rapporto con altre forme di narrazione, cedendo anche allo spargimento estemporaneo di zuccherosità varie. Meglio di tanta altra paccottiglia di cui troppo spesso facciamo esperienza in sala, ma pur sempre troppo freddo e celebrale, più vicino ad uno studioso di semantica narrativa, campo d'indagine pur sempre interessante, che ad un semplice appassionato di cinema.
VERO COME LA FINZIONE
(USA, 2006)
Regia
Marc Forster
Sceneggiatura
Zach Helm
Montaggio
Matt Chesse
Fotografia
Roberto Schaefer
Musica
Britt Daniel, Brian Reitzell
Durata
113 min