Ferzan Özpetek
Saturno contro
di Chiara Federico
Una Roma dolce-casa e il suo eterno colore, onnipresente e acceso in angoli e contrasti. Fuori, e nemmeno troppo, la città, con la sua umidità da borgo e i ben noti tavolini da bar. Dentro, set ideale, la casa dello stesso Özpetek. Prima tridimensionalmente agitata, dagli umori e dalle voci fuori campo, poi spianata nell'orizzontalità di una tavola piatta.
A casa c'è un ragazzo bruno e bello che si aggira impersonale, ansioso e giovanilmente riflessivo. La sua voce allude al lavoro concitato di venditore (di sé: è un pubblicitario dall'abilità relazionale molto forte, dice), con frasi scolasticamente pronunciate e abbozzate. Ha un mal de vivre somatizzato, da scoppiare nel sacrificio "riscattante". Nel minimalismo ridondante dei suoi ambienti appare una verità nuova, il denudarsi del regista italo-turco - non è propriamente così, ma quasi - nelle sue sofisticazioni. Favino è "l'artista", troppo molle e pacificato per essere credibile. È il guru e la ricchezza economica, la stessa di Özpetek, che ha scelto un quartiere ex-popolare per filmare e vivere, ma non ne ha colto l'aria sprezzante e sempre più confinata nel passato, la porosità intrinseca, la storia. L'Ostiense-Testaccio è un'alcova almodovariana scomodata dalla musica che irrompe nella grande cena dei non-cretini-ma-bidimensionali amici, e la grande mente del film è geometrico-cilindrica come il gazometro illuminato. Serra Yilmaz si fa, da petulante, superba e paradossale nella sua curiosità molesta. La "famiglia" amicale sostituisce le relazioni biologiche, ma i suoi rapporti interni si incrinano ad ogni conversazione e quella familiarità risulta disperatamente forzata, come imposta dall'alto.
La prima parte del film ancheggia sul filo del ridicolo, ma non cade, sebbene una ex-ragazza di borgata passi dalla plastica mediasettiana al mostrare orgogliosa il suo nuovo volto. Lodi e sorpresa sull'"attrice" Ambra Angiolini dunque, per quella faccia affilata, stralunata e indubbiamente cinematica, non sorretta però dalla parlata tremolante e innaturale e da un personaggio che è vera macchietta, e nient'altro. Come la tondissima Yilmaz assomiglia a un'icona, testimone della cura estetica con cui Özpetek sceglie gli attori: i belli e i brutti. Un giovane da Un posto al sole, un Fantastichini intensamente marginale, una Buy luminosa bambina invecchiata, un Accorsi sul bolso-lesso. Richiamano altro anche i due bambini, in coppia come di consueto: la maggiore, aspirante venditrice del proprio cervello, ma per ora maestrina e innaturalmente matura, e il fratellino grasso e tonto. Un tòpos della nuova commedia italiana all'"internazionale". Puntuali, in questa storia d'amore dolorosa che si nutre di riferimenti come fossero decalcomanie. Sul finale si glissa spesso e si ritarda, tra accenni alla coppia negata, alla dolce morte, alla fisicità di un personaggio assente che continua a condizionare. Accenni che, in quanto tali, rimangono come figurine sterili. In primis, la conclusione sembra arrivare nella camera mortuaria, dove l'amica drogata di Lorenzo lo immagina diventare, da cadavere cristologico, adone di nuovo vivo. Poi con Davide, che scuote troppo il corpo nel dolore, come a volersi buttare da una rupe. E l'altezza, il mare e i suoi tratti stessi, suggeriscono insidioso l'incidente del protagonista Bardem in Mare dentro.
Così la morte increspa questa favola di nuovi ricchi, viene evocata in paesaggi limpidi e nature morte efficaci, ma infine si stempera insensatamente nella brutta voce di Giovanni Pellino. Le cui musiche, praticamente identiche a quelle di Andrea Guerra (prima abituale collaboratore di Özpetek) spazzano via anche l'affettuosità del copiato che era in Cuore sacro/Europa 51, la sottile e sussurrata comprensione etnico-sessuale de Il bagno turco. Ecco il cinema di un ombelico che evoca deliziose lordure, ricordi, complessità umana, ma che poi decide di mostrarsi lustro e inanimato, come una bambola monca.
SATURNO CONTRO
(Italia, 2007)
Regia
Ferzan Özpetek
Sceneggiatura
Ferzan Özpetek, Gianni Romoli
Montaggio
Patrizio Marone
Fotografia
Gianfilippo Corticelli
Musica
Neffa
Durata
110 min