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Quando ci troviamo di fronte ad un'operazione commerciale che ha a che fare con le tragedie della storia, la domanda sulla legittimità della realizzazione o, per dirla con Serge Daney, sulla sua "giustezza", dovrebbe essere sempre posta. E certamente L'ultimo re di Scozia, del regista scozzese Kevin Macdonald (La morte sospesa), è anche un'operazione commerciale, così come lo è senz'altro (se non di più) il romanzo omonimo di Giles Foden da cui è stato tratto (inedito in Italia). Con ciò non si vuole sostenere, con evidenti pregiudizi, che sia sempre da condannare un film che vuole affrontare soggetti difficili e impegnati conservando al tempo stesso una certa connivenza con il modello industriale e con le logiche dello spettacolo, cosa per altro sempre più frequente. Piuttosto questa considerazione ci permette di sottolineare l'inevitabile ambiguità che comporta questo tipo di simbiosi, così radicata nella pellicola in questione.
L'ultimo re di Scozia è per molti versi un film inqualificabile. Non tanto perchè rifiuta di essere inserito in un determinato genere, come spesso accade a tanti lavori, quanto perché svaria tra le classificazioni generiche passando, peraltro con encomiabile disinvoltura, dal road-movie esotico - con tanto di retorica della fuga destinata dal mappamondo e di immagini attraverso vetri dell'autobus -, al film sentimentale, salvo poi approdare al cinema d'azione e al thriller psicologico, con qualche improvviso riflusso amoroso grazie alla ricorrenza dell'adulterio. Il tutto arricchito, ma forse non abbastanza, dai risvolti politici e spionistici tipici dell'attuale contesto internazionale. Non si rinuncia a nulla: anzi il tentativo è proprio quello di portare ognuna di queste diverse tendenze ad uno sviluppo breve, ma intenso e costitutivo. La sceneggiatura è costruita in questa direzione con notevole abilità, ma è sicuramente la regia a rendere possibile questa trasformazione continua, grazie ad una narrazione capace di raggiungere una velocità discorsiva senza incidere negativamente sulla comprensione dell'accaduto o sulla concretezza dei personaggi. A tenere straordinariamente unita questa eterogeneità essenziale è, infine, il grande lavoro "formale", in cui la fotografia e l'uso dello zoom ricordano, con effetti notevoli, lo stile cinematografico degli anni '70, senza per questo abbandonarsi al manierismo e all'ostentazione. Se da un lato, quindi, lo sfruttamento delle risorse emotive, visive e commerciali di tutti i filoni presenti concorre a dar vita ad una struttura atipica e affascinante, dall'altro è anche evidente come tutto ciò non faccia che aumentare l'ambiguità del lavoro, data la serietà storica del soggetto.
Idi Amin, morto in esilio in Arabia Saudita nel 2003, fu dittatore dell'Uganda dal 1971 al 1979. Personaggio strano, complesso, criticato solo moderatamente dalla comunità internazionale, fino a quando non sono emerse le atrocità compiute dal suo regime contro i rappresentanti dell'opposizione politica e contro i gruppi di etnie minoritarie, tra le quali sembra aver fatto circa 300.000 vittime. Al tempo stesso, Amin appare come un uomo estremamente carismatico, venuto al potere dal nulla attraverso una vita avventurosa che l'ha visto, tra le altre cose, campione dei pesi massimi. Gigantesco, magnetico, divertente, visionario, paranoico, ha avuto grande popolarità in occidente per la sua singolare personalità, per i suoi strani modi di fare costantemente oggetto di parodia nelle televisioni americane. Risulta dunque chiaro come il soggetto stesso del film indirizzi, proprio attraverso la figura del dittatore, la sua fondamentale ambiguità, le sue oscillazioni tra l'orrore e l'intrattenimento.
Ma se da un lato è il personaggio del presidente africano a legittimare l'interesse divertito per la sua figura, dall'altro la correttezza dello sguardo deriva dall'altro protagonista, attorno al quale si snoda la vera narrazione: un giovane medico scozzese che decide di avventurarsi in Africa più per curiosità e per istinto di ribellione familiare che per una reale vocazione umanitaria. Il film riflette, giustamente, questa posizione: non un film sull'Uganda, non un documento sulla storia del paese africano e del suo popolo, non un lavoro che solo gli ugandesi potrebbero fare, ma un film sul rapporto tra un bianco e un nero, tra un Europa che anche dopo la fine del colonialismo non ha smesso di guardare all'Africa come terra di conquista, e un Africa che sfugge a qualunque comprensione. Il medico scozzese, Nicolas Garrigan, è la forma degradata e irriconoscibile dell'imperialismo del vecchio continente, che nel vento di ribellione e anticonformismo dei primi anni '70 pensa di potersi andare a divertire in Uganda, senza avere la minima conoscenza della storia e delle usanze del luogo. La sua è una curiosità infantile che cela un costante desiderio di appropriazione e che rifiuta ripetutamente ogni responsabilità, senza arrivare a comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Se al principio il suo fascino e la sua disinvoltura gli permetteranno un successo facile e rapido, la sua completa ingenuità lo renderà incapace di guardare oltre le apparenze. Garrigan inganna l'Uganda con il suo buon gusto, la sua eleganza perfetta, il suo volto da seduttore, ma molto più profondamente resta ingannato dagli ugandesi, di cui non capisce il modo di ragionare e i metodi del potere. È un perfetto sprovveduto, che può salvarsi soltanto grazie alla fortuna e all'aiuto disinteressato di un suo collega africano, aiuto che per l'appunto il giovane scozzese non riesce a comprendere.
Può sembrare paradossale, ma il problema del film sta forse in un'eccessiva coincidenza con il personaggio del medico europeo. L'ultimo re di Scozia denuncia una certa ingenuità nell'affrontare l'Africa oscillando tra i suoi clichè destinati agli occidentali, riflette una certa curiosità, un voglia di divertimento e di avventura tra gli insoliti scenari del continente lontano, una tendenza a non volersi assumere le proprie responsabilità, in questo caso "soltanto" cinematografiche. Per questo motivo è lecito affermare come il regista e gli sceneggiatori, alla fine, sembrino schierarsi in tutto e per tutto dalla parte di Garrigan, del presunto "giusto", senza andare fino in fondo in quella critica dell'intrusione occidentale che la caratterizzazione abbastanza negativa del personaggio aveva configurato, prendendo con coraggio, e paradossalmente, le ragioni del dittatore, di per sé insostenibili, ma comunque significative nei confronti del personaggio europeo. Così la parte finale del film rientra colpevolmente nei meccanismi del blockbuster hollywoodiano, che prima erano stati evitati con una certa eleganza: vengono mostrate le più tremende efferatezze, il montaggio alternato prende il sopravvento, la musica si fa invadente, il tutto secondo le più note regole per determinare la suspense. Ma questa non è la storia di un agente segreto di sua maestà, e non dovrebbe diventarlo. In questo senso sembra che il film finisca per scontare una certa ingenuità, una certa ingiustizia, rischiando di trasformare quanto di buono era stato fatto in semplice intrattenimento. La figura del medico ugandese, l'unico "giusto" possibile della storia, resta ad esempio marginale e non sufficientemente sviluppata.. Soltanto l'ultimo triste sguardo di Amin sembra rimandare ad un livello problematico superiore.
Una considerazione conclusiva sulla prova attoriale di Forrest Whitaker, che si inoltra nel ruolo di Amin approfondendone l'ambiguità dei suoi abissi interiori. L'attore americano impiega tutto il suo straordinario bagaglio espressivo per poter interpretare con grande versatilità la scostanza assoluta di un personaggio così sfaccettato, rendendoci partecipi di tutti gli aspetti del suo multiforme carattere. Da osservare con attenzione soprattutto nei lunghi primi piani silenziosi, Whitaker incarna il dittatore, ma anche l'amico, il carnefice, il pazzo, il buffone, il padre, dando vita ad un uomo enigmatico come non mai, che non smette di affascinarci, se non addirittura di intenerirci, costringendoci inevitabilmente a fare il tifo per lui. Questo potrebbe sembrare un paradosso del film, ma è un paradosso della storia, definitivamente testimoniato dalle immagini finali del vero Idi Amin, di cui emerge la simpatia ben più che la ferocia. Sono immagini di propaganda certo, destinate a noi occidentali per farci vedere solo quest'aspetto del dittatore. Ma le immagini lasciano il segno. E non a caso è proprio Amin a vincere meritatamente l'Oscar.
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