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Iwo Jima, 1945. L'esercito giapponese, ormai allo sbando e sull'orlo della sconfitta, tenta il tutto per tutto sacrificando ventimila uomini per ritardare l'avanzata statunitense verso i confini imperiali, protetti strategicamente soltanto dalla piccola isola del Pacifico. Dal soldato semplice Saigo al generale Kuribayashi, un massacro annunciato scandito dalle ultime, struggenti lettere che i soldati nipponici lasceranno, mai spedite, sul campo che li vedrà morire tutti.
Diretto dal veterano Clint Eastwood, e recentissimo vincitore di un Premio Oscar per il miglior montaggio sonoro, Lettere da Iwo Jima è la seconda parte del dittico di cui fa parte l'altrettanto notevole Flags of Our Fathers, uscito alcuni mesi or sono, e con il quale l'attore e regista americano completa la visione della terribile, ma eroica, disfatta giapponese di Iwo Jima, striscia di terra che rappresenta, d'altronde, l'unico elemento in comune tra le due pellicole (nessuno degli interpreti appare in entrambi i film, i due cast non si sono mai incrociati durante la lavorazione, avvenuta quasi in contemporanea). In termini di struttura, infatti, ci troviamo su posizioni nettamente distinte: fatta eccezione per alcuni flashback, Lettere da Iwo Jima è un film di guerra più propriamente "classico" e lineare rispetto a Flags of Our Fathers, quest'ultimo da considerarsi quasi un ritratto della micidiale arma propagandistico-strumentale che la fotografia bellica rappresentava durante il secondo conflitto mondiale. Il film è essenzialmente un'opera sulla morte, che contempla cosa significhi vivere sapendo che da lì a pochi istanti si sarà certamente un corpo senza vita. Nonostante i personaggi siano figurine appena più colorate di quelle sbiadite a cui ci hanno abituato anche i migliori war movie (ad esclusione de La sottile linea rossa), e il campo di battaglia rappresenti forse la più nitida rappresentazione di quello specchio che da Occidente a Oriente riflette la stessa immagine di dolore, lo sguardo di Eastwood, commosso ma mai incline al compianto, colmo di pietas eppure impietoso allo stesso tempo, si adagia, con un controllo fuori dal comune e con un grazia che sorprendentemente matura a ogni sua prova cinematografica, su almeno due figure: il generale Kuribayashi (Ken Watanabe) e il soldato semplice Saigo (Kazunari Ninomiya). Il primo, un panettiere chiamato improvvisamente alle armi, sogna di tornare a casa per vedere di persona suo figlio e, affinché questo accada, dovrà non solo sfuggire ai colpi dell'artiglieria nemica, ma soprattutto dal pensiero innato che la morte sia l'unico modo onorabile con cui affrontare la sconfitta; un uomo del popolo che come Doc, il narratore di Flags of Our Fathers, piange miseramente le lacrime di colui che vede tradito il concetto stesso di vita per una febbre di morte mascherata da glorioso sacrificio. Il secondo, invece, è risoluto a proteggere la patria e la propria famiglia con onore, nonostante i ricordi del felice periodo vissuto in America gli tornino alla mente mano a mano che la battaglia infuria.
Con un uso, o meglio un non uso, del colore (solo il rosso del sangue è in evidenza, il resto è giocato sulle diverse sfumature del bianco e del nero, della vita e della morte), ma soprattutto con l'audacia di una forma semplice e sobria, il montaggio si presta opportunamente a raccontare i due confini dell'esistenza con tagli netti e dissolvenze accademiche, quasi volesse rappresentare una voce reportistica, spassionata, mai coinvolta (neppure nei frequenti atti di suicidio), e per questo ancora più nitida e sincera. Ma ciò che rende davvero magistrale Lettere da Iwo Jima è la lucidità con cui Eastwood sottrae ai suoi personaggi qualsiasi forma di salvezza o di speranza, senza permettere loro di perdere la propria umanità, neppure nell'eventualità di una morte tragica e imminente. Epico.
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