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Chi è Nikki? Un'attrice all'apice del successo, una donna sicura riparata in una villa che pare quasi un castello, un tesoro da custodire il più gelosamente possibile, un'impresa da compiere. Forse. O forse no. Forse Nikki è Susan, un personaggio che diverrà un successo, una donna schiacciata da un triangolo di passione e segreti, una prigioniera della gelosia, qualcuno da gettare, dopo essere stata usata. Forse. O forse no. Forse Nikki è un'anima perduta di una Polonia tra la guerra e la cortina di ferro, una prostituta, una diseredata vissuta sulla strada, un corpo da spezzare, un'anima in cui scavare armati di fantasmi e coltelli. Forse. O forse no. Forse Nikki è un coniglio che vive in un mondo in cui il velo della finzione non si è ancora strappato, e le risate finte sembrano vere, e recitare, sprofondare in uno, nessuno, centomila ruoli è così naturale da non rischiare di sentirsi soffocati. Forse Nikki è tutto questo, perché tutto questo fa parte della sua vita, del suo personaggio, del suo autore. Sempre ammesso che l'abbia. Forse Nikki è David Lynch, o tutti noi, ammaliati, disturbati, disorientati, distrutti, addormentati, rapiti di fronte a un labirintico sogno dalle titaniche dimensioni, minutaggio compreso.
Cinema e finzione, metacinema e realtà: Nikki è Susan, che è la ragazza perduta, che è il coniglio. Qualcuno morirà, nella finzione. Ed essa muterà in vero. Eppure, la macchina da presa continua a girare, anche quando il pubblico - o quello che ne resta - avrà inconsciamente deciso, sognato, pensato che quella è realtà. E di nuovo un ribaltamento: tutto è finzione, nel cinema. Ma sarà questo, il segreto? Nikki insegue Susan in uno studio vuoto. Eppure è se stessa. Susan ha un amante per il quale la ragazza perduta è stata barbaramente uccisa, ma la finzione dei loro dialoghi è specchio della relazione di Nikki con Devon, suo co-protagonista. Nikki insegue Susan o se stessa? Lo schermo oltre il sipario proietta le stesse immagini che Nikki ha girato. Oppure ha vissuto? Non resta che la fuga, o il confronto: nel mondo dei conigli l'ultimo faccia a faccia con un fantasma, una storia cruenta, crudele e lontana. Lontana? Forse deve ancora accadere. Solo Nikki lo sa, dentro di lei. Ma non ne avrà mai certezza, e tutto continuerà, come la vita, in un continuo gioco di scatole cinesi. Scatole in cui ci si butta, dalla serratura, senza aprirle: ricordate Mulholland Drive? La chiave, il "silencio", la realtà che si incastra con il sogno, la vita con la morte, le storie sullo schermo con quelle oltre lo schermo. Inland Empire è un evoluzione del lavoro iniziato da Lynch proprio con Mulholland Drive: dove inizia la fiction per chi vive nella fiction? E quale mai sarà, in tutto questo, il ruolo della vita vera? Siamo il pubblico o i protagonisti delle storie che ci vengono raccontate?
Il cineasta di Missoula, fresco vincitore di un meritatissimo Leone d'Oro alla carriera, compone una vera e propria opera, complessa, faticosa e febbrile, frutto di un lavoro molto probabilmente più maniacale di quanto non possa sembrare a un pubblico abbagliato da visioni apparentemente confuse, e poggiato sulle spalle di un attrice che, proprio con questa pellicola, trova il punto più alto della sua intera carriera: una Laura Dern protagonista in toto, quasi in lotta con il suo "creatore" per la supremazia dei meriti di un film che, ancor più che in passato, è destinato a creare una frattura, più che dare l'idea di unitarietà, non solo nelle opinioni della critica, ma anche, e certo in misura maggiore, dell'audience. Del resto, Inland Empire è un immensa struttura basata, giocata, costruita sul dubbio: di chi lo gira, chi lo vede, chi lo detesta e chi se ne innamora, dell'attrice e del personaggio, di un mondo passato e di una visione futura. Come il Kingsley della finzione (?), anche Lynch vede la sua attrice feticcio perdersi in se stessa, nel vortice che lui stesso ha creato, costruendo attorno a lei un film che, e torniamo alla vicenda, "solo Kingsley può girare". Una storia che possa scolpire un'immagine indelebile nella memoria di chi l'ascolta, eppure déjà vu di vite stroncate e dimentiche, chiuse in una maledizione che incombe sul presente, che nasce dalla finzione per serpeggiare, come un fantasma, nel cuore di ognuno di loro, di noi, ed entrare in contatto con la realtà. Ammesso che realtà sia.
Dovendo scegliere un'immagine, o cercare di catturare l'essenza di quest'esperienza, ancor più che un sogno, o incubo, penso a una premonizione, al futuro: non è un caso se, ancor prima che la Nikki "reale" scelga di interpretare la parte di Susan, l'indovina Grace Zabriskie - già madre premonitrice di Laura Palmer in Twin Peaks - affermi che il ruolo è già stato accettato, raccontando, in forma di futuro, quello che è già avvenuto in passato. Una sorta di complesso processo di metempsicosi pare aver guidato la mano, e la macchina da presa, di un Lynch probabilmente mai così ispirato nella sua ricerca della strada verso noi stessi, del confronto con l'Io interiore e con le sue molteplici identità, con il Cinema non più solo arte, o media, bensì rappresentazione assoluta di una vita in cui si recita se stessi portando in scena storie apparentemente altrui. Cosa nasconde, dunque, il sipario che il regista tanto faticosamente cerca di strappare? Cosa suggerisce, David Lynch, rinunciando al senso di meraviglia per confrontarsi con l'oscurità? Non è lo schermo bianco da riempire l'oggetto della sua ricerca, bensì il buio della sala. L'oscurità che serpeggia, come un fantasma, fin dentro l'anima. Dall'autore all'attore, da chi racconta a chi ascolta. Inland Empire, appunto. È l'impero interiore che l'autore sta cercando così disperatamente, e con tanta passione, di conquistare: difficile credere che possa farlo, del resto è il dubbio a regnare su questi territori sconfinati. Eppure, se di dubbio si deve parlare, è legittimo accettare l'idea che, fra uno, nessuno, centomila anni, il seme piantato con quest'opera possa germogliare in qualcosa di troppo grande per essere, semplicemente, accostato alla sola settima arte.
Sicuramente non Lynch, e ancor meno noi probabilmente, assisteremo a quel momento. Ma l'indovina ha ragione: la parte è già stata accettata. Quel momento verrà. Non si fugge mai dalla propria natura, dai fantasmi, dall'Io. Non per sempre. Bisogna soltanto essere pronti, con tutte le parole possibili, a confrontarsi con il "silencio".
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