Anthony Minghella
Complicità e sospetti
di Viviana Eramo
King's Cross, Londra. Un architetto (Jude Law) apre uno studio con il suo socio e si ritrova a fare i conti con i furti reiterati di una giovane banda di serbi, ladri di computer. Deciso a far luce sulla vicenda, pedina uno dei ragazzini e finisce per innamorarsi proprio della madre (Juliette Binoche), bella sarta a domicilio, tradendo così la compagna (Robin Wright Penn) con la quale sta vivendo un momento di crisi.
Breaking and Entering, indegnamente tradotto in Complicità e sospetti, è l'ultimo lavoro di Anthony Minghella, che, dopo Ritorno a Cold Mountain, sceglie di scrivere e dirigere una storia ambientata nella Londra multirazziale dei giorni nostri. Il regista de Il paziente inglese e Il talento di Mr Ripley si diletta qui ad intrecciare storie sentimentali di donne e uomini, genitori e figli, di culture e origini diverse, in una sorta di percorso di formazione al termine del quale, manco a dirlo, risulteranno tutti un po' cambiati. La coppia Law-Penn è in profonda crisi, e lo si capisce fin dal prologo: dietro il vetro della loro auto non potrebbero essere più distanti. In casa vivono rari momenti di intimità, continuamente disturbati dalla figlia (di lei) che si comporta come fosse reduce da un esorcismo mal riuscito, con tanto di capriole notturne e imbarazzanti cromofobie. L'architetto non può che essere l'estraneo, fa fatica ad inserirsi nel cerchio chiuso del rapporto (malato) fra madre e figlia. In una bella sequenza, i due si spogliano una accanto all'altro, separati da una parete di specchi, che ne riflette solo uno per volta. Hanno smesso di guardarsi e di parlarsi. E se all'improvviso lo fanno è per urlarsi contro tutto quello che a lungo è stato taciuto, intorno alla tavola apparecchiata, mentre la ragazzina isterica svaligia il frigo in preda ad una delle sue crisi. Ma nessuno ascolta veramente l'altro. Poi le urla cessano per far posto nuovamente al silenzio, il solito piatto rotto che ci si ostina a riparare.
Così, quando Jude Law, in vedetta davanti al suo ufficio di King's Cross per sorprendere i ladri, incontra una prostituta (Vera Farmiga), non può che chiederle solamente di parlare, per ritrovare quel dialogo che in casa sua non esiste più da tempo. Tuttavia, la prostituta, abituata ad usare il linguaggio del corpo, ha imparato a non fidarsi più delle parole: "gli animali non parlano perché non dicono bugie". Già, questi personaggi mentono continuamente, anche a se stessi. L'architetto tradisce la compagna svedese con la bella sarta bosniaca (Juliette Binoche nei panni di una bosniaca?), alla quale però non rivela di essere la vittima dei furti operati dal figlio adolescente, furti di cui la madre, ovviamente, è assolutamente all'oscuro. Viene così a crearsi un triangolo amoroso intriso di bugie, ponte tra due realtà familiari e culturali molto diverse. Da una parte la realtà benestante dei quartieri medio alti, con le ville e gli specchi d'acqua nei giardini, dall'altra la situazione meno facile di chi emigra da un paese problematico e non riesce a star lontano dai traffici illegali. L'inettitudine e l'incapacità di esser felici albergano sia nei colori freddi dei quartieri alti, sia in quelli caldi, seppur più poveri, dei sobborghi stranieri, dove i ragazzini si allenano a saltare come scimmie per infilarsi di notte negli alti capannoni da svaligiare.
"Siamo tutti uguali, veniamoci incontro!" sembra volerci dire Minghella, soprattutto nel finale buonista, fastidioso come pochi altri perché ha la pretesa di mettere (lieto) fine, ad un turbinio di passioni e sentimenti leciti e meno leciti, ma di cui non se ne scorgono che i didascalici movimenti. Così lo sfondo di una Londra multietnica, dove una volpe attraversa le strade (metafora scricchiolante di una natura selvaggia da addomesticare), non aiuta a far emergere le storie individuali, che vivono di situazioni spesso inutili e di dialoghi che sembrano non portare da nessuna parte. È un peccato, poi, che i personaggi più interessanti siano assolutamente secondari e privi di evidente funzionalità, come la "saggia" prostituta e il detective atipico (Mike Winston), capace di portare, con poche battute, una ventata di fresca originalità nel panorama sclerotizzato dei protagonisti. Eppure Minghella si conferma anche qui regista raffinato, confezionando inquadrature di bella fattura, come quelle, frequenti, dal basso, e orchestrando al meglio il gioco interno di messa a fuoco che permette allo sfondo di dialogare con i primi piani. Echi lontani di cinema europeo, dunque, come in quel fulmineo sguardo in macchina della Binoche, nella sequenza delle foto, per un film che, tuttavia, rappresenta un prodotto di semplice e rapido consumo che difficilmente lascerà qualche traccia.
COMPLICITà E SOSPETTI
(USA, 2006)
Regia
Anthony Minghella
Sceneggiatura
Anthony Minghella
Montaggio
Lisa Gunning
Fotografia
Benoît Delhomme
Musica
Gabriel Yared, Karl Hyde, Rick Smith
Durata
120 min