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Arthur è un delizioso bambino del Cunnecticut che trascorre le torride estati della sua infanzia scorazzando per la splendida fattoria della nonna materna e riproducendo, su scala ridotta, le simpatiche invenzioni tecniche ideate dall'adorato nonno, scomparso anni prima e di cui ad unica memoria sono rimasti i vecchi diari di viaggio. La sera, per conciliarne il sonno, l'amorevole nonna racconta al piccolo di come le ingegnose invenzioni del nonno avessero aiutato i popoli dell'Africa a migliorare le proprie condizioni di vita e di come questi lo abbiano ricompensato donandogli inestimabili tesori. A minare questa idilliaca armonia, però, grava una terribile minaccia: i perfidi creditori della nonna vogliono espropriare la tenuta e scacciare la famiglia. Ed ecco che l'intraprendente Arthur, consultando gli amati diari del nonno, scopre che i tesori africani di cui la nonna racconta nelle sue storie esistono davvero e che uno di questi è addirittura sotterrato nel giardino della tenuta. È così che il piccolo scopre che il sottosuolo della sua oasi di felicità estiva è popolato da un vero e proprio universo di minuscole creature, i Minimei, con l'aiuto dei quali ritroverà l'amato nonno, scoprirà il nascondiglio del tesoro e otterrà la promessa d'amore della deliziosa principessa Selena.
Questa, in estrema sintesi, la trama dell’ultimo film di Besson, dalla quale, conoscendo l’eccezionale verve di cui si sono sempre nutrite le storie del regista francese, ci saremmo aspettati mirabolanti risvolti, in un susseguirsi di azione e sentimento, e che, invece, ironia della sorte, scorre sui binari della prevedibilità e della consuetudine, dando origine ad un prodotto tecnicamente ineccepibile - mirabile esempio di applicazione della tecnica di animazione 3D -, ma, ahinoi, privo di anima e di calore. Ispirandosi alle “illustrazioni elfiche” del fotografo Patrice Garcia, e in collaborazione con Céline Garcia, Luc Besson ha ideato una trilogia di racconti basati sulle avventure del piccolo Arthur e dei suoi amici Minimei, traendovi poi spunto per la realizzazione di altrettante pellicole, la prima della quali è per l’appunto Arthur e il popolo dei Minimei. Con un budget di 60 milioni di euro, questo progetto è forse il più costoso mai realizzato in Europa nel campo dell’animazione 3D, che ha visto coinvolti alcuni dei più competenti esperti del settore, dando addirittura vita ad una vera e propria scuola, palestra formativa dalla quale sono usciti numerosissimi talenti che saranno prontamente reimpiegati dal regista per gli episodi futuri.
Il risultato, come detto, è un prodotto esteticamente e tecnicamente perfetto, in cui per la prima volta sul grande schermo il passaggio dagli ambienti reali a quelli riprodotti digitalmente si sviluppa veramente senza soluzione di continuità, con movimenti di macchina fluidi, fondali incredibilmente omogenei, luci perfette, e una sorprendente e meticolosa attenzione per il particolare, che trascina letteralmente lo spettatore nel mondo dei Minimei, ma che, tuttavia, non viene sfruttata a dovere da un racconto che troppo spesso sconfina nella banalità, tra citazioni cinematografiche fin troppo esplicite e spunti narrativi triti e ritriti. Evidenti, infatti, i riferimenti a classici del cinema per ragazzi come La spada nella roccia e Il mago di Oz, i richiami ai Goonies, Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, Ant Bully una vita da formica, fino ai più recenti Harry Potter e Le cronache di Narnia. Tutti rimandi, però, che rimangono un po’ fini a sé stessi, privi di quell’ironia che ha fatto la fortuna della saga di Shrek, o del gusto per la citazione colta di certi capitoli targati Disney. E nemmeno si può affermare che sotto la pur gradevole superficie dell’intrattenimento si celi un particolare significato morale, perché anche ad interrogarsi su un ipotetico possibile messaggio nascosto non si riesce a cavarne un ragno dal buco.
Quel che rimane, dunque, è un prodotto qualitativo perfetto, adatto al pubblico dei giovanissimi, coerente dall'inizio alla fine nel suo spirito fanciullesco, delicato e mai volgare, ma dolorosamente noioso per gli adulti accompagnatori.
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