Lars von Trier
Il grande capo
di Marco Cubeddu
Interessante faticoso autoriale.
Il ritmo in questo film di Von Trier è tutto.
Velocità e battute d'arresto.
Ritmo delle immagini, ritmo della narrazione.
L'ironia malvagia ed altezzosa del regista danese sovrasta la storia e ne rallenta, asciuga l'andamento.
Metacinematografico, è una commedia su come si fa una commedia, su come si sta in scena da attori e sulle scelte morali del regista.
L'asetticità suggerita dalle scenografie e dal taglio computerizzato dell'automavision è sguardo tagliente sui riti della vita moderna, sul bisogno comunicativo del rinforzo, della riconferma (scuola di Palo alto).
Il montaggio esibito e ripetuto, i salti, le inquadrature "sbagliate" la mancanza di musica extradiegetica, tutto concorre ad appesantire la visione de "Il grande capo".
Sorprendente la scelta di una commedia: fino a un certo punto. Von Trier, senza rifugiarsi nella maniera tenta con tecnica e contenuti di stupire, scioccare ancora una volta lo spettatore.
Ma al di là di una satira feroce sulla vita lavorativa, sull'alienazione capitalistica e sulla sua produzione di automi, moderni, schiavi asserviti all'azienda attorno cui ruota il loro limitato universo emotivo, c'è una riflessione sul mezzo e sul suo utilizzo.
I protagonisti sono narrativamente personaggi piatti, privi di evoluzione e ricalcano perfettamente i ruoli stilizzati della commedia moderna.
La riflessione è innanzitutto cinematografica, sul mondo certo, ma anche sul mezzo, innanzitutto sul mezzo.
Von Trier si è certamente divertito a mettere alla berlina il mondo degli attori, i loro tic, le idiosincrasie, i loro metodi e guru.
Sta a metà strada tra il grottesco e il dramma .
Rivela le scelte di scrittura con voice off, annunciando decisioni e intedimenti, sconcertando, bloccando virando crudamente e sgarbatamente.
Ragiona sull'essere umano e si eleva pertanto a giudice morale, superpartes.
Conserva la messa in scena (più che in "Dogville" e in "Manderlay") ma ne annulla il senso con la frantumazione temporale del montaggio.
Von Trier irride, ed irradia irridendo, il mondo del cinema, il mondo degli attori, il mondo degli impiegati e dell'estetica comunicativa.
Non rispetta gli spettatori, li frega, pretende da loro cultura e ironia, attenzione e pazienza.
Questo è un film da vedere
da insultare
da ricordare.
È una lezione, uno sberleffo più che una commedia.
Ma la bravura degli attori, la brillantezza di alcune battute e di alcune scene rendono comunque godibile a tratti il film, che strappa risate un po' crude e aguzze alla sala gremita.
L'intrufolarsi del regista nella voice off, il finale rapido ed essenziale, creano un clima in sala che è sempre lo spettroscopio del film.
Niente shock, niente applausi, niente brusio dimesso o commenti sparacchiati a voce alta.
Ma una sorta d'atmosfera isterica e spigolosa, di borbottio proteso e d'ansia d'uscita.
Si instilla un pensiero che non fa tanto pensare che fa un po' odiare e un po'amare.
E anche quel ridere, che non è ridere del film ma è ridere delle intenzioni smaccatamente esplicite di Von Trier.
E non si butta via nulla.
IL GRANDE CAPO
(Danimarca/Svezia, 2006)
Regia
Lars von Trier
Sceneggiatura
Lars von Trier
Montaggio
Molly Marlene Stensgård
Durata
99 min