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Sierra Leone, 1999. Una famiglia si sveglia. È una mattina, una delle tante vissute in questa nazione dell'Africa. Un villaggio di pescatori si prepara ad affrontare le fatiche della giornata. Padre e figlio si avviano verso il loro mondo: un lavoro per vivere, un'istruzione per sperare in qualcosa di meglio. Nel breve dialogo tra i due, le parole utopia e paradiso, apprese dal figlio in una lingua straniera, l'inglese, aprono l'orizzonte degli eventi e costituiscono già in profondità la chiave di lettura dell'intera vicenda narrata. Una premessa esistenziale, simbolica, inghiottita all'istante dalla realtà concreta della guerra. La Sierra Leone è una nazione imprigionata in una guerra civile tra ribelli rivoluzionari appartenenti al R.U.F. e l'esercito governativo. Una realtà di famiglie annientate, separate con la forza, allontanate, sterminate in un bagno di sangue fratricida e insensato. Immagini che noi tutti abbiamo visto trasmesse dalle principali emittenti televisive e riportate sui principali quotidiani internazionali, finché la notizia era notizia, finché la notizia era novità, per poi cadere senza pietà nel nulla, come sempre accade agli avvenimenti del mondo più lontani da noi.
Film come Hotel Rwanda, The Constant Gardener, The Last King of Scotland, hanno cercato di fermare sulla linea della finzione cinematografica questi eventi circondandoli di emozione, di "denuncia" e di mitologia. L'ultimo film diretto da Edward Zwick prosegue tale orizzonte con una forza e un'intensità crescente. Sebbene non si ponga come obiettivo un'analisi politico-sociale degli avvenimenti (le ragioni sottostanti alla guerra non vengono sfiorate), riesce a delimitare e mostrare quello che è lo sfondo della guerra, insieme alle implicazioni che legano il continente nero all'Occidente. Per farlo ha bisogno di una storia, una classica storia cinematografica capace di far "camminare" gli eventi secondo una sceneggiatura ben costruita. Il mondo appare diviso a metà. Da una parte i buoni, dall'altra i cattivi. Da una parte i diamanti bramati dai ricchi occidentali, le armi fonte di scambio, i ribelli, i militari; dall'altra una nazione perennemente saccheggiata di ogni suo bene, il popolo profugo, la famiglia, la voglia di pace e di cambiamento. Qui si collocano i protagonisti della storia: un padre africano che crede in un futuro migliore (Solomon Vandy), un bianco contrabbandiere di diamanti originario della Rodesia che ha imparato a vivere pensando soltanto al proprio interesse (Danny Archer), una giornalista americana intrepida e determinata (Maddy Bowen), i ribelli del R.U.F., i "padroni" del diamante. Ognuno alla ricerca di qualcosa. Chi della propria famiglia allontanata e rapita dai ribelli, chi di un diamante, chi di una storia da scrivere e denunciare. I tre protagonisti si troveranno insieme in una ricerca comune, attraversando con coraggio il territorio martoriato da esplosioni, violenze e sangue. Ognuno alla fine riuscirà a raggiungere la meta agognata, in un perverso gioco dominato dalla legge del do ut des. Il percorso intrapreso contribuirà alla crescita morale-esistenziale di ciascun personaggio, sebbene tale crescita risulti più evidente in Solomon (Djimon Hounsou) e, soprattutto, in Danny (Di Caprio), protagonista di una vera e propria trasformazione.
Blood Diamond è un film violento, con sequenze di agghiacciante brutalità (i bambini soldato), con un ritmo, un montaggio e una colonna sonora indiavolati, che rispettano la tragicità e la velocità dei combattimenti. Ma è anche, seppur in parte minore, un film di "meditazione", dove i protagonisti si scambiano confidenze (Zwick non cade nel sentimentalismo, nemmeno nel rapporto tra Danny e Jennifer) e dove la realtà concreta appare meno violenta (la scuola di recupero dei bambini soldato). Sebbene il film si concluda con il processo ai padroni occidentali del diamante, si respira comunque un'atmosfera di pessimismo, e non soltanto per la morte di Danny Archer, ma per tutto quello che è passato davanti ai nostri occhi durante più di due ore, per la Storia passata, testimonianza di costanti abusi da parte del mondo occidentale e di lotte intestine tra le tribù antiche. Possiamo, sì, intravedere uno spiraglio di ottimismo, costituito più dall'individuo che dalla società, più dalle azioni del singolo (il sacrificio di Di Caprio), che da prese di posizione generalizzate. Perché non sono soltanto i diamanti ad avere sulla propria superficie invisibili tracce di sangue: spetta ad ognuno di noi il compito di agire con coscienza.
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