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"La vita è sogno", recita un antico adagio che, probabilmente, non prevede interpretazioni scientifiche per quelle che, a tutti gli effetti, sono reazioni chimiche del cervello, il quale rielabora gli accadimenti quotidiani o immaginati durante la veglia mescolandone gli elementi. Dunque, perché non percorrere il sentiero al contrario, interpretando la vita attraverso i sogni? Questo pare chiedersi Michel Gondry, orfano del suo straordinario co-autore Charlie Kaufman, in questa nuova fatica cinematografica: del resto, proprio il cinema aveva definito, da Méliès agli Amanti perduti di Carnè, dal Falcone maltese fatto "della materia di cui sono fatti i sogni" al Big Fish burtoniano, uno standard ribaltato per quella che è la vita filtrata attraverso un doppio sogno - e siamo in tempo anche per ripensare a Kubrick -, quello nascosto fra le pieghe della mente e quello riportato da ogni singolo autore. Un caleidoscopio di sensazioni mai uguali a se stesse, che mescolano le carte in tavola modificando quello che, a tutti gli effetti, è la realtà, o perlomeno ciò che da essa ci si aspetterebbe. Il passo successivo è il confronto con la chiave di lettura che si intende dare a un opera di questo genere. Se, ovvero, intendiamo analizzarne i significati nascosti, i singoli passaggi, la struttura non lineare, oppure se la nostra interpretazione sarà solo ed esclusivamente tecnica, quasi fossimo, più ancora di uno studioso, o un interprete, specialisti che analizzano, in qualche modo, una patologia che, in fondo, patologia non è, a meno di non accettarla come epidemia globale. Il sogno, appunto.
La prima strada, pensando alla pellicola presa in analisi, è certo tortuosa, rapita - o persa? - nella rocambolesca partita a ping pong che Stephane, il bravo Gael García Bernal, gioca ogni giorno della sua vita con tutto quello che sta oltre e che, agli occhi della sua mente, diviene una sorta di talk show, un prodotto "televisivo", quindi simile a quella che è la grande menzogna dei nostri tempi: un arricchimento del quotidiano in grado di trasformare gli istanti in tesori da conservare, gli oggetti in storie, la "Disastrology" delle catastrofi del pianeta in un calendario per il quale ringraziare le vittime e imparare a sorridere delle disgrazie, anche quando sono così vicine come la perdita di un padre che si continua a sognare di portare a vedere il sosia immaginato di Duke Ellington. Una strada, questa, che non dimentica la realtà, e così come si traduce in eleganti effetti visivi, che paiono un ritorno alla fanciullezza e alla fantasia, non nasconde la ricerca della macchina da presa rispetto al fondoschiena della Gainsburg, poi "pubblicamente" elogiato dal collega di lavoro di Stephane, ed è in grado di passare dal concetto di amore nel più alto dei suoi significati all'efficacia del sesso orale praticato senza denti. Due strade parallele che, in qualche modo, si incontrano. Peter Weir, nel suo L'attimo fuggente, per bocca del professor Keating, ricordava che la poesia è chiaramente "un mezzo per rimorchiare le donne", e Gondry, senza intaccare la semplicità e la meraviglia di quell'essenziale invisibile agli occhi, non se l'è certo dimenticato. Questo sentiero, incostante e curioso, divertente e malinconico, assomiglia alla vita, e, pur se meno potente di quello percorso nell'analisi della coppia in Eternal Sunshine of the Spotless Mind, conferma l'abilità di un autore che, fortunatamente, pare aver messo da parte l'autocelebrazione dei primi lavori e di molti suoi colleghi - Jonze su tutti - per dare più spazio a un umanità leggera e sentita.
Ma il sogno non è sogno, senza sveglia: ed eccoci, dunque, alla seconda strada. Il rischio di cimentarsi in un opera come questa, che non prevede un evoluzione lineare, o un percorso che segua criteri ben definiti, è il fatto, agli occhi freddi di un analisi prettamente tecnica, di risultare debole, soprattutto in fase di scrittura. È chiaro infatti, da subito, che la struttura perfettamente congeniata della sceneggiatura della pellicola precedente - la già citata Eternal Sunshine of the Spotless Mind - fosse frutto più della penna di Kaufman che di Gondry, e che le geometrie, pur oniriche, dello stesso lavoro, trovavano una quadratura molto meglio definita rispetto alla pur piacevole anarchia di questo L'arte del sogno. Se, infatti, i dialoghi risultano frizzanti e le situazioni estremamente credibili, il film tende, a tratti, ad avvitarsi su se stesso, riproponendo, nei momenti di risacca, la soluzione immaginata per uscire da un potenziale "vicolo cieco". Un rischio quasi ovvio, per una pellicola che si avventura su un terreno minato, in parte evitato grazie all'assenza, per l'appunto, di autocompiacimento - e anche in questo caso, le probabilità erano molto alte - e all'istinto di cui il lavoro stesso pare essere pervaso, ovvero l'idea di buttarsi, tentare, rischiare, in qualche modo, pur senza rinunciare al paracadute del mondo creato da Stephane, Stephanie e dalle loro piccole, meravigliose creazioni. Creazioni visivamente affascinanti e altrettanto efficacemente dirette dal regista, dall'acqua di cellophane al cavallo animato. Questo secondo percorso potrebbe, come il risveglio dopo una notte in cui si viene cullati dalle immagini figlie dell'inconscio, comportare un rischio maggiore del precedente, e, freddamente ed analiticamente parlando, certo non potrà dare le stesse soddisfazioni emotive, almeno quanto - e questo è un consiglio - non gustarsi il film nella versione originale, fondamentale per comprendere il disagio di Stephane, vissuto in Messico, nel tentare di ricostruirsi un esistenza a Parigi cavandosela con pochi rudimenti linguistici e un curioso mix di inglese e spagnolo.
Eppure, sempre citando un antico adagio, non c'è due senza tre: tra la prima strada, quella del sogno puro, del mondo di Amelie e dell'elevazione, e la seconda, in cui tecnica e realtà prevalgono sulla fantasia, nel corso della visione della pellicola pare chiaro quanto, a dispetto di tutto, il regista tenesse a suggerirne una terza, in cui - niente di più semplice - si accettino le due precedenti e si viva quello che, a tutti gli effetti, altro non è che ciò che accade ogni giorno. Il fatto che Stephane possa partire, o che la barca tanto attesa sia pronta per portare lui e Stephanie dove l'amore li guiderà, Francia o Messico, routine o creatività, Gondry pare suggerire di fare un ampio respiro e buttarsi, rinunciando alla visione televisiva - non per nulla Guy, lo stesso collega del fondoschiena della Gainsburg, getterà l'infernale scatola nel fiume per liberarsene, o meglio, liberarsi - per avere la libertà di sbagliare, guardando se stessi o gli altri, il sogno o la veglia, la verità o la finzione. L'arte del sogno, forse, sta nel credere a quello che facciamo, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro che non ci piace, e deforma le nostre mani fino a renderle troppo pesanti, o una macchina del tempo capace di farci rivivere un solo secondo in più. Perché il tempo non basta mai ed è il nostro bene più prezioso.
L'arte del sogno è provarci, come con la vita. Del resto, "la vita è sogno".
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