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Uno di noi, Balboa uno di noi. Se ci fosse un gruppo di ultras ad assistere alle vicende del più famoso pugile della storia del cinema, il coro sarebbe questo. Roma, 9 gennaio: alla proiezione stampa dell'ultima fatica di Sylvester Stallone gli applausi in sala partono al primissimo accenno della notissima musica Gonna Fly Now di Bill Conti. E si ripetono non appena scatta la "classica" scena dell'allenamento dello Stallone italiano. Qualche giorno dopo, in un cinema sulla Tuscolana, in un'affollata proiezione per il pubblico, l'applauso scatta addirittura quattro volte. Questo vuol dire che, a dispetto di una serie (infinita) di sequel artisticamente non all'altezza del primo, bellissimo film (3 Oscar), e di un'identificazione con l'edonismo reaganiano della metà degli anni Ottanta, il personaggio di Rocky è uno di quelli che, volente o nolente, sono entrati nella storia del cinema.
Merito anche della sincerità e della totale identificazione che Sly ha messo nella storia. A maggior ragione in questo ultimo episodio. Rocky Balboa è diventato vedovo (in realtà Talia Shire non ha accettato di vestire i panni della moglie Adriana), vive in una casa modesta e gestisce un ristorante carico di ricordi e cimeli, dove la gente viene soprattutto per ascoltare le storie che il nostro, da vecchia gloria, racconta con passione. Ma una fiammella del vecchio fuoco, dentro di lui, è rimasta accesa. L'occasione per riaccenderla è una simulazione al computer che lo vedrebbe vincente, se fosse nei suoi anni d'oro, contro l'attuale campione del mondo dei pesi massimi, personaggio poco amato e privo di avversari all'altezza.
Dalla storia è evidente la totale identificazione tra Stallone e il suo personaggio migliore, quello che gli ha permesso di superare se stesso in una serie di prestazioni attoriali al di sopra delle sue possibilità. Proprio come Rocky supera se stesso e i suoi limiti a ogni incontro. Il giovane Stallone, attore squattrinato alla ricerca del successo, aveva puntato tutto sul copione del primo Rocky, accettando di cederlo solo se fosse stato lui a interpretare il protagonista. Rocky era lui. Ed è ancora lui, a maggior ragione, oggi: come non vedere nella parabola discendente del pugile quella di un attore rimasto un po' ai margini della Hollywood che conta, lontano dai fasti degli anni Ottanta in cui tutto ciò che toccava diventava oro, e reduce anche da clamorose delusioni nel tentativo di riciclarsi di volta in volta in action hero o in attore brillante? Attori-icona come lui sono stati recuperati dal dimenticatoio da registi come Tarantino (ricordate John Travolta?), ma Sly non è stato altrettanto fortunato. Così ha deciso di rialzarsi in piedi da solo, come il suo pugile finito tante volta al tappeto. Perché, come ci insegna il film, "non è importante quante volte si cade, l'importante è rialzarsi sempre".
Proprio questa identificazione, l'affetto per questo personaggio, la sincerità e il calore umano con cui è raccontata la storia, rendono dignitoso e godibile un film che altrimenti sarebbe ad altissimo rischio di retorica e banalità (vedi Rocky V). Si perdonano, così, allo Stallone regista qualche sbavatura, qualche inquadratura virata in blu senza un apparente criterio, uno stile che richiama il cinema degli anni Ottanta, ma che tutto sommato finisce per essere funzionale a quello che è un omaggio a tutta la saga, classico del cinema, un film che ritorna a dove era iniziato (proprio quello che doveva essere il quinto capitolo, con la regia affidata ad Avildsen come il primo, operazione fallita piuttosto pateticamente), un cerchio che si chiude come un anello di Moebius. È allora azzeccato il montaggio con cui Stallone inserisce, soprattutto nella parte finale, brevi spezzoni dei film precedenti, per visualizzare quei momenti, che prima o poi arrivano, in cui tutta la vita ci scorre davanti in pochi secondi. Il bianco e nero di alcune sequenze serve a far risaltare, in una simbologia spicciola ma efficace, il rosso, quello del sangue e quello del cuore (rosse sono anche le rose che porta sulla tomba di Adriana), il colore simbolo di Rocky. La struttura del film è quella classica della serie, un crescendo che ha i suoi climax nell'allenamento e nell'incontro. Rispetto agli altri film, Stallone usa un po' più di ironia (la corsa dell'allenamento è fatta con un cagnolino, come un pensionato, e si rivolge al figlio con un "ti spiezzo in due") e dimostra di conoscere bene la boxe odierna, più farsa e spettacolo che cuore (il pugile che vince dopo pochi minuti ricorda alcune contestate esibizioni di Mike Tyson, che tra l'altro appare in un cammeo nel ruolo di se stesso).
Crepuscolare, stanco, ma fiero, come l'eroe di certi western, l'ultimo Rocky ci ha convinto. Vi saluto, e vado in palestra a fare un po' di fit boxe. Al suono della colonna sonora di Bill Conti, ovviamente. Gonna fly now!
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