Zhang Yuan
La guerra dei fiori rossi
di Marianna Marino
Fantasma esotico, reliquia (post-)comunista o incubo economico-commerciale, la percezione comune dell'enorme e molteplice realtà cinese sembra condannata a divincolarsi tra gli estremi di questo limitato spettro di vecchi stereotipi. Ce lo conferma l'ultimo (a nostro parere) sopravvalutato fenomeno cinematografico estremo-orientale, La guerra dei fiori rossi, che ha raccolto premi e lodi in diversi festival ed è valso al suo autore Zhang Yuan l'attribuzione del Premio Robert Bresson 2006 da parte della "Rivista del Cinematografo". Si tratta, fra l'altro, di una co-produzione italiana: ritroviamo infatti la RAI, l'Istituto Luce e la Downtown Pictures di Marco Müller alla produzione, Jacopo Quadri al montaggio e Carlo Crivelli alla colonna sonora (un po' eccessiva e ridondante, a dire il vero).
L'asilo che funge da teatro alle gesta dell'enfant terribile Qiang è situato in una Cina cartolinesca, con edifici tradizionali "alla Lanterne Rosse" e un paesaggio esterno (poco visibile, data la natura concentrazionaria dell'istituto) tutto sommato verdeggiante e incontaminato (in contrasto con i disastri ambientali che tormentano attualmente la nazione asiatica). Tale paesaggio relativamente idilliaco è giustificato in parte dal romanzo che ispira il film, ovvero Could be Beautiful di Wang Shuo (opera semi-autobiografica ambientata in un periodo precedente alla Rivoluzione Culturale), ma crea un'atmosfera fin troppo delicata di soffusa nostalgia. Nulla a che vedere col grigiore rarefatto di un Jia Zhangke - autore sicuramente più bressoniano (basti pensare a Xiao Wu, novello Pickpocket). A prescindere dal cronotopo romanzesco, l'asilo in sé pare non trovarsi in nessun luogo concreto, forse per suggerire un tocco fiabesco consono a una situazione che vede in primo piano dei bambini. Uniche altre tracce umane, a parte queste, sono, infatti, i militari (a sottolineare futilmente il parallelo con la moltitudine marziale della scuola) e delle strane figure biancovestite, ospiti di un altro istituto, forse un ospedale o un ospizio. La Cina è rappresentata esclusivamente dai suoi simboli: architetture, ordine, e, soprattutto, sovrappopolazione. Tutti elementi che rientrano nella funzione nostalgica di cui sopra, tanto quanto il feticismo sacrale che i bambini nutrono verso taluni oggetti (i fiori rossi, la penna del papà per Qiang, la bambola per la sua compagna preferita), che oggi sembrerebbe improbabile e paradossale, dato che la Cina è oramai la patria indiscussa della produzione più sfrenata (che implica lo sfruttamento di altre moltitudini - più nascoste e meno gradevoli a vedersi).
Su questo sfondo di collettività conchiuse spicca la figura di Qiang, lo straniero che proviene da una realtà ancora più lontana e arcaica di quella dell'asilo. Disperato per l'abbandono della famiglia e frastornato dal nuovo ambiente e dalle sue regole, viene spogliato dei segni del suo essere diverso (il codino, gli abiti) per essere successivamente omologato da una divisa e incontrare una serie di rituali che non comprende e non riesce ad assimilare (vestirsi da solo, evacuare a comando, etc.). Inizialmente, la piccola peste sfoga la sua naturale vena anarchica ostinandosi a non obbedire, persino nel momento del gioco (le sue costruzioni sono instabili e sghembe, prive dell'ordinaria simmetria di quelle degli altri compagni), che non si configura come comune momento di libertà, ma come ennesima soggiogazione agli schemi. La sua pare una lotta inconsapevole contro il codice rappresentato dalle maestre: ma questa lotta è più difficoltosa di una semplice disubbidienza. Le tattiche pedagogiche dell'istituto si basano, infatti, sull'assegnazione di premi ai bambini più meritevoli: un fiore rosso per ogni compito/ordine ben eseguito. Qiang cederà ben presto al fascino di questo piccolo riconoscimento, e cercherà di rientrare nei ranghi. L'insuccesso, tuttavia, lo condurrà prima al bullismo, poi a tentare la rivolta. In ogni caso, le promesse del titolo non sono mantenute: non vi sarà alcuna "guerra" (o comunque nulla a che vedere con l'anarchia combattiva dei ragazzi di Zéro de conduite di Jean Vigo), ma un semplice e innocuo attacco.
Non è sufficiente adattare l'opera di un dissidente per rappresentare la rivoluzione (che non è solo "storia", ma anche "linguaggio", come dimostra Vigo). Le timide ribellioni dei giovanissimi allievi rientrano ineluttabilmente nella norma: tanto basterà una boccata d'aria clandestina durante la notte, all'insaputa della maestra, per riassaporare la libertà (vigilata).
LA GUERRA DEI FIORI ROSSI
(Cina/Italia, 2006)
Regia
Zhang Yuan
Sceneggiatura
Zhang Yuan
Montaggio
Jacopo Quadri
Fotografia
Yang Tao
Musica
Carlo Crivelli
Durata
92 min