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Già autore riconosciuto di documentari, Alessandro Angelini sceglie di ispirarsi, per il suo primo lungometraggio di fiction, alla propria trascorsa esperienza come volontario in prigione. L'aria salata, infatti, è la storia di un giovane educatore del carcere di Rebibbia (Giorgio Pasotti) che un brutto giorno assiste all'arrivo di un nuovo detenuto: è suo padre (Giorgio Colangeli, al suo primo ruolo cinematografico importante), arrestato ben vent'anni prima per omicidio.
Giorgio Pasotti fa jogging per le strade della capitale, ma l'impressione è che stia scappando da qualcosa di invisibile che lo insegue. Il passo è sempre più veloce. In sottofondo, la musica ben scelta da Luca Tozzi. In questa corsa c'è tutto l'affanno di un (quasi) trentenne cresciuto in fretta, che cerca di fuggire la vergogna e l'assenza del padre. Non è certo un caso che si sia scelto quel mestiere, lui che in prigione ci è come finito a sei anni, insieme al genitore. E ora, da adulto, sta sempre dietro un vetro, quello del carcere, del finestrino dell'auto, e sembra dietro le sbarre pure al di là della vetrina di un bar. Nei suoi scatti e nervosismi c'è tutta la sua solitudine, perché la sorella (una Cescon meno convincente che in Primo amore) non sembra capirlo e la compagna (Katy Saunders, in un ruolo che non riesce a far pienamente proprio) fa la spola tra lui e il padre (di lei), che cerca di offrirgli un lavoro "migliore". Così, riunire la famiglia diventa possibile solo con un collage di foto, come farebbe un bambino, abituato a disegnare il prato unicamente col verde, perché "il nero non piace a nessuno, e neanche stare faccia a terra". È tutta la durezza del detenuto Sparti a parlare. Giorgio Colangeli (premiato alla recente Festa Internazionale del Cinema di Roma) lo interpreta con secchezza e sfrontataggine, pure se si fa un po' fatica ad accettarne l'accento romano ostentato. È un uomo colpevole che si trascina il peso della scelta/non scelta più tremenda che si possa fare nella vita, carnefice (anche di se stesso) e vittima, senza possibilità di riscatto. Ricattato dal boss del carcere, è costretto a perpetuare la vergogna di chi non può più sperare di agire nella legalità, valore che in pochi sembrano rispettare, anche e soprattutto in quel limbo ambiguo che è la prigione. Dietro le alte mura col filo spinato, vive uno spaccato di società con regole proprie, dove chi comanda ha le chiavi, deve stare attento a non farle mai cadere e si può permettere di imporre la violenza proprio a chi, invece, la sopraffazione dovrebbe imparare a disconoscerla. "Il carcere non è la normalità". Non c'è spazio per l'immaginazione, neanche per una finta gita in auto. Il teatrino viene soffocato dalla realtà che irrompe, regalando la libertà a uno di loro. Non al nostro Sparti, ovviamente. L'aria salata viene dal mare, luogo della memoria, dell'assenza e del riavvicinamento difficile e doloroso di padre e figlio. Ed è simbolo della libertà mutilata per Colangeli, che sente di non poterne godere, incastrato come i pesci dell'acquario che si incanta a guardare. Il mare è il sogno e insieme l'incubo che si staglia vivido durante una delle sue (presunte) crisi epilettiche, ulteriore condanna alla già lunga lista.
Angelini dimostra un certo coraggio impegnandosi a scrivere e dirigere una storia familiare difficile e scegliendo di non omettere temi spinosi quali la rieducazione dei detenuti, l'espiazione della colpa e la difficile situazione carceraria in Italia. Lo fa senza facili moralismi, con una secchezza di racconto apprezzabile che però lascia spazio ad alcuni inaspettati e stridenti momenti di melodramma, come nella scena dell'incontro tra la Cescon e Colangeli al supermercato e in alcuni dialoghi. Le sequenze del progressivo riavvicinamento tra i due protagonisti non possiedono la stessa forza pulita e puntuale di quelle che dominano in tutta la prima parte della pellicola, dove l'ansia claustrofobica la fa da padrone, anche grazie al sapiente uso della camera a mano. La sequenza finale, tuttavia, vale l'intero film.
Come il personaggio di Giorgio Pasotti, il nostro cinema corre e s'affanna, sceglie strade impervie e forse manca qualche obiettivo. È vivo e coraggioso, certamente, ma potrebbe osare ancora di più.
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