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La strada di Levi è un documentario di viaggio in cui viene ripercorso, a sessant'anni di distanza, il lungo cammino attraverso l'Europa che Primo Levi dovette compiere per rientrare in Italia dopo la liberazione dal campo di Aushwitz (1). La genesi dell'idea di fondo del film spetta a Marco Belpoliti, studioso e curatore per Einaudi dell'opera di Levi, mentre la regia porta la firma di Davide Ferrario, che ha alle spalle un'importante esperienza nel campo del documentario (2) e ha portato anche in questa realizzazione una sua concezione di cinema povero, che dà il meglio di sé in situazioni di emergenza, quando conta saper trarre profitto anche dagli imprevisti.
Il film alterna le immagini dei giorni nostri a quelle di repertorio, anche se a prevalere, a conti fatti, è lo sguardo sull'oggi: agli autori, più che ricostruire in modo dettagliato e "archeologico" le tappe dell'itinerario di Levi, interessa infatti esplorare l'Europa del nuovo millennio adottando come bussola di riferimento - geografica e spirituale - la testimonianza dello scrittore. Fuori campo, Umberto Orsini legge brani tratti da La tregua che sembrano adattarsi, in modo talvolta sorprendente, al contenuto delle riprese: si coglie un'emozione particolare da parte di Ferrario e Belpoliti nel ritrovare frammenti anche minimi che trovino corrispondenza nella testimonianza di Levi, come il cammello avvistato a Mogylev-Podilskji in una sequenza di grande leggerezza registica.
Il viaggio parte dalla Polonia, dove il regista Andrej Wajda ci conduce a visitare i resti delle acciaierie di Nowa Huta (nei pressi di Cracovia). Il montaggio accosta le riprese dell'acciaieria a sequenze de L'uomo di marmo, celebre film del 1976 in cui Wajda aveva denunciato la vuota retorica industriale e la mitologia operaia del socialismo polacco. Si passa in Ucraina, dove l'assassinio di Igor Bilozir, musicista della tradizione locale, apre una finestra sull'aggressiva politica di colonizzazione culturale messa in atto dalla Russia nei confronti dei paesi confinanti. In Bielorussia e in Moldavia si incontrano comunità agricole ancora legate ai vecchi modelli economici e produttivi dell'impero sovietico. In Romania si colgono le tracce delle politiche di delocalizzazione industriale messe in atto dai paesi occidentali, Italia in testa. Mentre in Austria e in Germania l'accento è posto sulla rinascita delle idee nazionaliste. Il percorso si conclude in Italia con l'incontro con Mario Rigoni Stern, che offre un commosso ricordo dell'amico Primo Levi.
Come si capisce da questa pur breve sinossi, il documentario si compone di materiali assai eterogenei. Appare chiaro, dunque, come gli autori non siano partiti da una sceneggiatura completa e già risolta, ma si siano piuttosto lasciati guidare dalla realtà che man mano si rivelava ai loro occhi, pronti al limite a deviare dalla strada di Levi - come quando, in Ucraina, visitano Chernobyl - e ad accogliere e tematizzare anche gli imprevisti, come accade nell'episodio della Bielorussia, quando il responsabile dell'ideologia locale pretende di scortare e censurare le riprese e diventa inconsapevolmente l'oggetto stesso del documentario. Questa struttura franta e "non finita" rappresenta certamente la forza e la vitalità del film, e non la sua debolezza, come è stato ingiustamente scritto. Ritroviamo in queste immagini l'irriducibile molteplicità del reale.
Eppure, a ben vedere, il documentario di Ferrario e Belpoliti non è del tutto privo di un suo fondo unitario. Dal punto di vista stilistico, gli autori e il montatore sono riusciti ad accordare il materiale, insistendo sugli elementi connettivi - le mappe, le didascalie, il commento fuori campo che riporta costantemente il racconto al confronto con La tregua - e legando sapientemente le riprese in pellicola a quelle in digitale. Dal punto di vista tematico, c'è un filo comune che lega i vari nuclei narrativi: se non proprio un tema definito, diciamo un'emozione che si fa largo e si precisa di sequenza in sequenza, e che potremmo riassumere nelle formule verbali della "perdita" e dello "sfacelo", dello smarrimento continuo: caduta dell'impero sovietico, smarrimento delle identità locali e delle radici comuni, perdita della memoria dell'Olocausto, crollo del razionalismo umanistico incarnato dall'esperienza umana e intellettuale di Primo Levi. Gli autori scoprono di trovarsi, come Levi, alla fine di un'epoca, in cammino verso una casa che non troveranno più come prima, alla vigilia di una nuova stagione ancora impossibile da decifrare compiutamente.
Note:
(1) Questo viaggio, durato circa 8 mesi, è raccontato da Levi stesso ne La tregua.
(2) Ricordiamo almeno Lontano da Roma (1991), sul fenomeno della Lega Lombarda, e Materiale resistente (1995), in collaborazione con Guido Chiesa, sulla resistenza.
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