Lars von Trier
Il grande capo
di Anna Barison
L'irriverenza e l'oltraggio per un regista del circuito off come Lars von Trier, sono sempre stati dei "valori" imprescindibili, insegne sbandierate in maniera beffarda e provocatoria nel rappresentare, col paradosso e lo scherno, derive umane e piccole tragedie quotidiane. Lars von Trier non ama certo scherzare con il potente mezzo cinematografico, e nonostante la sfacciataggine da giullare impertinente, fin dalla stesura dei suoi primi manifesti sul "Dogma 95", ha dimostrato una coerenza e una disciplina per niente affatto giocose. Un vero e proprio pensiero programmatico il suo, che decretava la fine del "cinema delle illusioni" a favore di una maggiore autenticità della messa in scena, svincolata dalle principali imposizioni di ordine tecnico, come la scenografia, i movimenti di macchina e i trucchi ottici. Da questa teoria, forse un po' troppo "dogmatica" ed elitaria, è scaturito un corpus di opere eterogeneo, e laddove alcune erano più imponenti e festivaliere (Dancer in the dark, Dogville e Manderlay), altre invece assumevano le sembianze di piccoli capolavori sperimentali e intimi, come The Kingdom e Le cinque variazioni.
Il grande capo si assimila proprio a quest'ultima linea autoriale, riproponendo, con un minimalismo acerbo, l'esplicito disprezzo nei confronti del classicismo formale e palesando la parte più ruvida e militante dell'autore danese. La vicenda si svolge in Danimarca. Il protagonista della pellicola è un attore fallito a cui viene chiesto di interpretare per una settimana l'inesistente proprietario di un'azienda che sta per essere venduta. Questo perché il vero proprietario, mimetizzato tra gli impiegati come semplice dipendente, non ha nessuna voglia di assumersi la responsabilità dei futuri licenziamenti. Toccherà quindi al finto "grande capo" fare i conti con gli scrupoli morali e le dure leggi del mondo del lavoro. Il film è corredato da battute al vetriolo e da una sulfurea vena cinica che lo pone ai limiti dell'assurdo e del grottesco, in un puzzle di atteggiamenti schizofrenici, dove la realtà è teatralizzata e non si distingue più il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato (un anti-Dogma?). Un film corale che fa delle imperanti logiche di mercato una pantomima astrusa, quasi un voler ridere bonariamente sulle disgrazie altrui, nonostante un sottotesto di impietosa crudeltà. Ne scaturisce una critica al Potere e all'immagine interscambiabile che questo può assumere a seconda delle necessità del business, dove le logiche sono molto spesso lontane dal rigore morale. Gli interpreti riescono a reggere il gioco e forniscono alla vicenda un tono raggelante e cinico, per certi versi quasi delirante, grazie ad una sceneggiatura che si viene a creare lì per lì, in pieno stile "Dogma 95", con una naturalezza e una lievità davvero sorprendenti.
Tra fallimenti personali e drammi collettivi, il protagonista ha la possibilità di recitare la sua parte più importante: si trasforma, infatti, nell'attore del "Gran Teatro del Mondo", metafora del cinema stesso, un luogo armonico che, riproducendo il reale, ne compone il caos e ne elide gli accidenti.
Con questa variopinta commedia degli equivoci, Lars von Trier decide per la prima volta di misurarsi con i film di genere più classici, girando una commedia che, per sua stessa ammissione, è debitrice delle pellicole della screwball comedy hollywoodiana degli anni Trenta, dove i protagonisti erano persone eccentriche e leggiadre che potevano permettersi di comportarsi in maniera bizzarra nonostante le avversità del periodo della Depressione. Da una parte, dunque, il ricorso alla commedia può far pensare alla scelta di una narrazione classica e di una linearità discorsiva che mal sopportano le inclinazioni sovversive del regista; tuttavia a mescolare nuovamente le carte interviene un fattore tecnico esterno, che nelle mani di Lars von Trier assume il valore dell'ennesima provocazione, ma che nell'economia del film si colloca nell'ambito della pura sperimentazione formale. Il sistema "Automavision", brevettato dallo stesso von Trier, consiste in un software che, in base a sofisticati calcoli matematici, elabora per ciascuna scena le inquadrature a suo dire più espressive, sottoponendole solo in un secondo momento all'approvazione del regista. Il risultato è quanto mai singolare: sullo schermo, infatti, si susseguono inquadrature sbilenche, tagliate male, con personaggi inclusi a metà nel frame, teste che sporgono dal basso dello schermo o con moltissima "aria" in testa. Il sistema automatico, (spiritosamente ribattezzato "Anthony Dod Mantle" dallo stesso regista, come il suo più affezionato direttore della fotografia), si rivela essere un metteur en scène severo e rigoroso, e al tempo stesso estroso ai limiti del grottesco, fra inquadrature improbabili, sia nella loro durata che nella loro morfologia, e un montaggio frantumato, ossessivo e velocizzato. Il più delle volte sembra che von Trier assecondi le trovate bizzarre del dispositivo, e la macchina lo ripaga con risultati maldestri, quasi a sancire la definitiva perdita di controllo da parte dell'autore sulla sua opera. Una prova di quanto l'universo stilistico del regista sia fonte inesauribile di giocose sperimentazioni, forse da non sopravvalutare nella forma, ma di sicuro innovative come metodo destabilizzante nei confronti degli assiomi assolutistici del fare cinema.
Il gioco di Lars von Trier è chiaro. Le carte, infatti, sono tutte scoperte, al punto che l'autore si fa voce narrante e decide di rivelare la struttura del racconto filmico facendo vedere la macchina da presa riflessa sulle vetrate dell'ufficio. Questo escamotage libera il film dalla tensione del ritmo e abbatte definitivamente "la quarta parete", in nome di quella autenticità e veridicità febbrilmente ricercate nei lavori del "Dogma 95". Lo stile adottato da von Trier è assolutamente gelido e, proprio per questo motivo, perturbante. Si ha l'impressione, più volte, di trovarsi di fronte ad un "cinema dell'assurdo", in cui tutto è basato sullo slittamento del senso, sull'equivoco macroscopico che però non trova mai una sua risoluzione possibile. Il grande capo non è certo un capolavoro, anzi soffre moltissimo di una cadenza narrativa volutamente anomala ed enormemente dilatata, ma von Trier è un regista acuto e abile, in grado di dare forza anche a sequenze totalmente liquefatte sotto il profilo del ritmo. E alla fine, non rimane che un tragico straniamento che genera una sensazione ambigua, come a sottolineare la vacuità percettiva che la tecnica impone allo sguardo.
IL GRANDE CAPO
(Danimarca/Svezia, 2006)
Regia
Lars von Trier
Sceneggiatura
Lars von Trier
Montaggio
Molly Marlene Stensgård
Durata
99 min