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"Se un solo uomo dichiara e segue le proprie convinzioni, tutto il mondo si riunirà intorno a lui". Così sosteneva, in uno dei suoi accorati discorsi, il senatore democratico Robert Kennedy, uno degli ultimi veri grandi oratori della politica americana. Emilio Estevez, tra i volti nuovi di Hollywood, parte proprio da quel "mondo riunito intorno" al senatore per tessere il complesso tessuto del suo film. Operazione che si potrebbe considerare "tendenziosamente" pro-dem, visto le influenze e gli appoggi che Martin Sheen (padre di Emilio e presente come attore nel film) gode tra gli oppositori dell'attuale amministrazione americana. Invece, pur intravedendo qua e là punte di eccessiva retorica, Bobby è un film onesto, che lavora di sottrazione anziché di accumulo, mescolando efficacemente i filmati d'epoca con il girato, e che pur presentando qualche aspetto discutibile, non vuole porsi al di dentro della polemica spicciola della politica quotidiana.
Bobby è un ombra, è il polo magnetico d'attrazione e di repulsione di tutta una serie di storie che attorno al gran galà dell'Hotel Ambassador - occasione in cui il sogno presidenziale del terzogenito della famiglia Kennedy si spense, incontrando i proiettili della pistola di un giovane squilibrato - ruotano, cercando il proprio momento di gloria, il proprio spazio al sole, o semplicemente un po' d'aria per respirare. Robert Kennedy diventa così un personaggio tanto concreto quanto impalpabile, mostrato solamente in (lunghi) filmati d'epoca, allo stesso modo in cui Stephen Frears ha scelto di raffigurare la sua Lady Diana in The Queen. Scelta etica, ancor prima che estetica, di una pellicola che tende, pur non volendolo, ad idealizzare l'ultimo vero rampollo di casa Kennedy come il migliore dei Presidenti possibili, l'unico che sarebbe stato in grado di indirizzare l'America, all'alba dei turbolenti anni '70, in una ben precisa direzione. Estevez struttura la sua pellicola sulle attrazioni/repulsioni dei doppi. Tutte le storie che prendono le mosse tra il 4 e il 5 giugno del '68 nell'Hotel Ambassador sono storie di coppie: il direttore e la moglie, il sovrintendente e l'impiegato, la diva e il marito, i due attivisti della campagna elettorale, l'ex impiegato e l'amico, e così via. Queste antinomie trovano il proprio momento di sintesi, e si pongono allo stesso tempo in antitesi, nel rapporto con la figura di Bobby. Un lavorio incessante sulle similitudini e sulle antinomie, che costituiscono il cuore pulsante di una pellicola dal retrogusto molto altmaniano, il cui gran finale coincide nel pathos della sequenza dell'uccisione, punto di forza di un film che altrimenti, qua e là, annaspa, volendo affrontare, tutti e subito, i grandi temi sociali e culturali che il '68 stava lanciando negli States.
Indubbiamente Estevez cede nel costruire un film un po' "di scuola", richiamando certi piani sequenza morbidi tra i carrelli e gli scaffali della cucina, che ricordano molto lo Scorsese anni '70 e '80, e un'impostazione della colonna sonora a fare da sintesi tra le varie situazioni rappresentate di volta in volta, alla maniera di Altman o di Howard (si pensi a A Beautiful Mind). Di Altman manca però il cinismo situazionista: Estevez ama i propri personaggi, li coccola, regala a (quasi) tutti la maniera di uscirne bene, concentrato più che sul loro lato umano, sul loro rapporto con la politica, con la società, partendo dai dettagli del quotidiano (un nuovo, capriccioso, paio di scarpe, una partita di baseball). Rischia perciò di lasciarsi andare al lirismo vagamente patetico, cercando di unire al meglio la storia personale, quella del senatore, e la descrizione dei "meravigliosi anni '60". Un ensemble strano e variegato di personaggi, ai quali il pubblico è quasi costretto a legarsi, che procede disordinatamente, come d'altronde il film, fino alla toccante scena finale. L'omicidio viene rappresentato solo indirettamente, seguendo la scelta di non far vedere per nemmeno un fotogramma la "riproduzione" del senatore. L'attenzione viene così posta su quella condizione di perdita (il perdersi fisico dei personaggi nella folla), di spaesamento, che seguì all'attentato, e che fu prodromo di tutta la stagione degli anni '70. E viene sottolineata dalla versione originale quasi integrale del discorso finale di Robert Kennedy, la sera della vittoria delle presidenziali in California, pochi istanti prima di cadere insanguinato sulle piastrelle della cucina dell'Hotel Ambassador: "…nonostante quello che succede negli Stati Uniti da tre anni a questa parte - e mi riferisco alle divisioni, alle violenze […] di bianchi contro neri, di poveri contro ricchi, o di divisioni tra persone di diverse fasce d'età o ancora della guerra in Vietnam - sono convinto che possiamo lavorare tutti insieme. Siamo un grande paese, un paese altruista e compassionevole".
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