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Se alla Danimarca si guarda come ad una terra inusuale, imperniata su meccanismi filmici che squadrano la terra e sezionano le sensazioni, Susanne Bier può restituire l'idea di "sano" melò.
Lontano dal Dogma e dalla neutralità del colore, il metodo della regista di Non desiderare la donna d'altri ci introduce nell'India sudore e mattoni in cui opera un Mads Mikkelsen dalla faccia bruciata. Gli zigomi prominenti e irregolari e un corpo cristologico, apparentemente solido ma ferocemente percosso, l'attore che interpretava il folle benefattore ne Le mele d'Adamo (altro esempio quasi magistrale di surrealtà danese) è qui Jacob, un uomo che ha lasciato il suo paese per il volontariato e per scardinare da sé un passato negativo/negazione d'amore. È tutto tremori, affilata espiazione. Contrapposta al corpo molle della ricca terra d'origine rappresentata da Jørgen (Rolf Lassgård), che lo contatta sospettosamente per caso per esaminare il suo progetto umanitario e che poi lo coinvolge, quasi automaticamente, nella noia della festa nuziale della propria figlia. Noia turbata e claustrofobicamente sensuale, pur nella vastissima perdizione contemplativa di una chiesa di campagna, dall'incontro con Helena, intensa moglie di Jørgen e amante del "vecchio" Jacob, non combattivo e rigoroso come l'odierno, ma lascivamente dedito alla promiscuità e all'alcool, fremiti opposti agli attuali ma con questi splendidamente mescolati.
Il congegno melodrammatico si è già insinuato eppure non compaiono mezzane e intermezzi fiancheggianti il suo nucleo, a parte qualche frivola figura di contorno che rivelerà di lì a poco la propria determinante pochezza. Jacob scopre subito, e ci fa scoprire, il perché del suo incontro con l'uomo d'affari e il perché della sua presenza nella sua casa nel giorno di festa. È una storia fin troppo annunciata, ma con parole e lacrime naturali che le lasciano recuperare la sua peculiarità umana e angosciosa, estraniandola dalla teatralizzazione in agguato: la sposa Anna è figlia biologica di Jacob. La narrazione procede linearmente, ma non scontata, nel suo progressivo vincolarsi ai passi fisiologici dell'evento e ai suoi sviluppi, fino alla rivelazione successiva e forse "ultima". Ricatti psicologici che inducono Jacob ad una scelta obbligata, ma comunque consapevole, deviazione dal rigore di un uomo che rigurgita una prevedibile reazione passionale per logica e per un rinnovato equilibrio tra i nuovi legami con ex innamorata e figlia, erede nella fragilità, e quelli vecchi, fuori dal suo "sé" d'origine, costruiti, ricercati e forse per questo più assimilati e autentici. Dopo aver accettato l'ultimatum del nemico amico, che gli impone di vivere in Danimarca per dedicarsi ad un progetto di solidarietà gestito con la figlia d'entrambi, Jacob torna infatti a trovare i suoi bambini, in particolare il piccolo Pramod.
La Bier fa contrastare e bruciare le sorti di due macro-uomini, l'uno confluito quasi letteralmente nella vita dell'altro, con appena qualche incrinatura vocale e degli sguardi azzurri, con contemplazioni subitanee ed estraniate sulla terrazza dell'hotel di lusso (Jacob) e cedimenti psico-fisici dell'altro (Jørgen): un mastodonte anche visivo che attende la morte, con silenzio, confessione non voluta e paura. Il gelo e il caldo in una combinazione equilibrata, tragica e serena, musicalmente onirica (Sigur Røs) e spiazzante (It's Raining Men a commento di una gioia discendente e preziosa e di una riflessione amara), a tratti percussiva. Un film da guardare e descrivere, senza forzate identificazioni se non con i frammenti temporaneamente congelati di umanità reali. Di reale fantasia.
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