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Il lirico titolo del sessantacinquesimo film di Mario Monicelli, con cui si nominano gli strani minerali del deserto sahariano, sigilla il genere della pellicola, una commedia storica dal gusto letterario, almeno per quanto riguarda i presupposti. Letteraria è la fonte del soggetto, un libero adattamento del libro di Mario Tobino Il deserto della Libia (dal quale era già stato tratto un altro film nel 1985, Scemo di guerra, con la regia di Dino Risi e la sceneggiatura di Age e Scarpelli), e uomo di lettere è il personaggio principale, il maggiore Strucchi, instancabile redattore non di resoconti di guerra, ma di impressionistiche missive indirizzate alla giovane moglie.
In pieno deserto, a centottanta chilometri da Tripoli, durante la guerra di Libia, si trova accampato il Terzo Reparto della Trentunesima Sezione Sanità, un manipolo di soldati e ufficiali convinti di una breve permanenza in loco e di un rapido rientro, in tempo per il Natale del 1940. Sul posto trovano un solo italiano, fra' Simone, un padre domenicano dai modi secchi e pragmatici che si prodiga nella scolarizzazione dei bambini. Nella serenità delle notizie sull'andamento della guerra che giungono via radio, confuse ma sempre rassicuranti, circola un'aria di vacanza, più che di occupazione; il tenente medico Salvi passa le giornate oziose cercando di fotografare gli abitanti dell'oasi, che puntualmente fuggono dal suo obbiettivo; gli ufficiali a caccia di esotismo cenano insieme ai rappresentanti politici locali, un convivio cerimonioso al quale non partecipano le donne arabe e che per questo scatena una polemica poco diplomatica. Quando l'accampamento viene attraversato da una pattuglia di soldati italiani in fuga, con la notizia della sconfitta del generale Graziani sul fronte egiziano, avviene il brusco ritorno alla realtà di guerra. La colonna della 31a Sezione Sanità si rimette in marcia verso Tripoli per unirsi agli alleati tedeschi. Il generale, soprannominato "rombo del deserto" - un Tatti Sanguineti che si muove sempre in fast motion in sella a un sidecar - garantisce una guerra lampo. Nelle sequenze successive, i soldati italiani avanzano faticosamente nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, la guerra volge sempre più a favore degli inglesi, e i nostri si vedono costretti ad intraprendere una rovinosa ritirata in compagnia dei tedeschi.
Se i presupposti sono letterari, gli esiti sono quelli di una commedia politico-popolare. Ma è doveroso precisare bene intenti e risultato. Diversamente da La grande guerra, il film di Monicelli premiato con il Leone d'Oro a Venezia nel 1959, qui le debolezze dei personaggi non sono volte a mettere in luce i difetti e il malcostume italiano, come avveniva generalmente nella commedia all'italiana, ma rappresentano piuttosto i problemi personali, familiari, sentimentali, i crucci comuni dell'uomo al fronte di guerra, deformati dalle esigenze della commedia, pur senza cadere in ridicolizzazioni triviali: questa, d'altronde, è l'arte di Monicelli, come dimostra la sua vasta e ricchissima filmografia. Eppure resta la sensazione di una commedia decisamente troppo innocua per il grande maestro del tragicomico. Gli elementi che giocano il ruolo chiave in una commedia sono gli attori e la sceneggiatura. Nel genere storico e di guerra si mette in conto anche il budget. Il film non ha avuto un budget elevato, e il risultato, infatti, è un'opera certamente molto artigianale, come dimostra la scena dello sbarco dei tedeschi a Tripoli, resa attraverso immagini di repertorio. Allo stesso tempo, i vincoli avrebbero potuto rappresentare una vera manna per la creatività (viene in mente, per analogia di genere, Mediterraneo di Gabriele Salvatores), ma purtroppo non è stato questo il caso: sfortunatamente qui non c'è traccia di soluzioni particolarmente originali. Alessandro Haber e Michele Placido sostengono da soli l'intero film, con il primo che fa da collante agli altri attori, e il secondo che (si) diverte nel ruolo più brillante, quello appunto di fra' Simone.
Rimane, allora, come imputata principale una sceneggiatura troppo semplice, grezza, complice poi un editing dalle scelte sbrigative, come dimostrano alcune clamorose sbavature nelle scene in fast motion, che si estendono laddove non previste, nonché un uso sovrabbondante di musiche per introdurre i personaggi e le sequenze iniziali.
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