Ridley Scott
Un'ottima annata
di Gianmarco Zanrè
Nel percorso di ogni grande regista - o supposto tale - è sempre prevista, prassi naturale nella vita non solo artistica di un individuo, una battuta d'arresto, di quelle che i benevoli chiamano "momento di riflessione" e i malevoli "punto di non ritorno": una sconfitta che, come citato nella stessa pellicola qui analizzata, ha come scopo primario quello di ricordarci quanto, al contrario, piacevole sia il sapore della vittoria.
Purtroppo per noi, e per il suo numeroso pubblico in tutto il mondo, Ridley Scott pare non solo aver dimenticato il suddetto sapore - sarà colpa degli straordinari vini francesi? -, ma, a quanto pare, anche la voglia di ricercarlo. Certo, la sua abilità, come quella dell'intera crew di lavorazione, è cristallina e lampante, e solo chi rifiuta a priori un prodotto chiaramente - nonostante le intenzioni - mainstream come questo nega un evidenza a tratti quasi stupefacente: eppure, in tutto il meccanismo che guida l'ultima fatica del cineasta anglosassone c'è tutto il peggio della "finta" produzione autoriale americana, da una trama che più banale non si potrebbe chiedere a un epilogo che pare scritto ancora in attesa della battuta d'esordio dell'opera. A questo si aggiunga uno dei difetti peggiori che si possano trovare in una pellicola, di questa in particolare: il regista che ha orchestrato questa sorta di favola per broker stanchi della frenetica vita nel cuore della borsa sotto il Big Ben è lo stesso autore che confezionò, ormai vent'anni or sono, opere come I duellanti, Alien e Blade Runner. È altresì vero che non si dovrebbe giudicare l'ultimo lavoro di un artista in base ai precedenti, ma è innegabile che i paragoni, di fronte a ovvietà, per quanto ben girate, sorgano così spontanei da risultare quasi imbarazzanti.

Ma occorre, per poter giungere a un analisi dura come quella appena esposta, ripartire dal principio: Max Skinner è il broker più quotato della city londinese, conosce il suo lavoro, fa soldi a palate, ha successo con le donne e, dote fondamentale per ogni asso della sua professione, è un cinico dalle scarse doti "umane". Nel suo passato, al contrario di quanto si possa credere, c'è però un infanzia trascorsa nella tenuta dello zio, produttore di vini nella campagna provenzale, paradiso di tranquillità e valori spesso dimenticati nella corsa al successo della vita di città. Ci sono ricordi, paesaggi mozzafiato, cibo e vini pregiati, donne che aspettano solo di essere amate, origini dal valore assoluto, che non possono essere comprate neppure dalla cifra più alta che la vita ai piani alti possa permettersi di offrire. Tra questi due mondi passa, ovviamente, la morte del vecchio e saggio zio di stampo quasi letterario - un ottimo Albert Finney - e la progressiva scoperta (o ritorno?) a se stessi.
In una recensione non si dovrebbe mai rivelare troppo della trama di un film. Eppure è tutto qui, finale compreso. Certo, la prevedibilità non è indice di cattiva riuscita, ma, purtroppo, non è questo il caso. Ridley Scott avrà il mestiere dalla sua, ma pare ormai chiaro come ne abbia perso inevitabilmente il cuore, nonostante il suo nuovo protagonista - un comunque, anche se solo a tratti, convincente Crowe - e la sua storia. È evidente che in molti si immedesimerebbero volentieri nel ricco uomo di successo Skinner, con i suoi modi decisi e le praticamente nulle probabilità d'insuccesso, così come è altrettanto evidente che altri possano riconoscersi, al contrario, nella ferita e affascinante Fanny, che incarna tutta la magia della Provenza, dell'incanto, dell'amore. Eppure, per comprendere il vero punto di vista degli autori - sceneggiatore compreso - occorre soffermarsi sulla figura del viticultore Duflot. Per i non appassionati e cultori di vini, si apprende nel corso della pellicola che la frase "fare il vino" viene comunemente utilizzata dal possessore della terra, e non da chi, fisicamente, produce i sapori per i quali, in tutto il mondo, ogni anno vengono spesi milioni. In vino veritas, recita l'antico adagio. Se il nettare di Bacco avesse orecchie per sentire, andrebbe in aceto. Lo stesso fenomeno che capita osservando il povero Duflot contrattare per la sua permanenza accanto alle viti che ha accudito per più di vent'anni e cantare come una macchietta da commedia all'italiana seguito dal cane Tatì, unico colpo di coda di una pellicola classista e banale oltre ogni misura accettabile.
L'ultimo lavoro di un artista, come detto, non si dovrebbe giudicare in base ai precedenti, eppure qualche domanda, al regista Ridley Scott, e all'uomo che lo sostiene, pare quasi doveroso formularla: il cambio di genere, così come la ricerca di torni più leggeri, giustificano davvero tante cadute di stile? Dov'è finita la passione di fuoco - quella sì, degna di un grande vino - che guidò Keitel e Carradine nel loro continuo duellare? E cos'ha sepolto la crudele aggressività selvaggia dell'Alien, di fronte alla falsa maschera di uno squalo della borsa? Roy, in Blade Runner, rimarrebbe sconvolto dall'apprendere che lo stesso percorso che l'ha portato sulle lune più lontane della galassia ha condotto una piccola monovolume con un navigatore satellitare impazzito ad un incontro "fortuito", base di una love story costruita a tavolino. Se il dubbio di una crisi profonda del cineasta di South Shields era già presente, Un'ottima annata lo fuga senza dubbio alcuno. Se la vigna di Scott si sia completamente inaridita o se sia ancora in grado di darci, questa volta davvero, un annata doc, solo il futuro - e il già annunciato American Gangster - potranno dirlo. Nel frattempo, il consiglio per tutti i fan del regista e del cinema in generale è quello di tornare indietro nel tempo, e assaporare una volta ancora, come fossero vini pregiati, i primi tre lavori compiuti dal nostro, veri e propri cult capaci di fornire, nel tempo, non solo uno standard e un termine di paragone, ma anche, e soprattutto, contenuti che vadano ben oltre quella tecnica che ne ha reso celebre l'autore e che, una volta ancora, non possiamo, ne sarebbe giusto permettersi, di negare.

"Ho visto cose che voi umani potete solo immaginare", raccontava il già citato Roy nella scena madre di Blade Runner. Noi siamo stati più fortunati di Deckard, e abbiamo potuto ammirare, grazie al talento di questo regista, opere degne della storia della Settima Arte. Teniamocele ben strette, nelle nostre bottiglie d'annata in una cantina aperta solo per le grandi occasioni, a costo di commettere l'errore di gustarsele troppo poco. Purtroppo, se il futuro sarà di sapore non troppo invitante, così come pare essere il presente, necessario sarà fare tesoro del passato, affinché renda liete le serate in cui il Cinema, quello maiuscolo, comincerà a somigliare troppo a un altro grande, spaventoso mostro dei tempi recenti: la televisione.
UN'OTTIMA ANNATA
(USA, 2006)
Regia
Ridley Scott
Sceneggiatura
Marc Klein
Montaggio
Dody Dorn
Fotografia
Philippe Le Sourd
Musica
Marc Streitenfeld
Durata
118 min