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Sei personaggi (più una voce, quella di Arthur) in cerca di una possibile traiettoria esistenziale e sentimentale sullo sfondo di una Parigi innevata e congelata, astratta e quasi surreale come è lo stesso film, Cuori, diretto dall'ottantaquattrenne regista Alain Resnais.
Una coppia ormai allo sfascio, formata da Nicole (Laura Morante) e da Dan (Lambert Wilson), da mesi radiato dall'esercito e quindi disoccupato, cerca invano di ricomporre le tessere del mosaico rappresentato dal loro rapporto di coppia - ormai incrinato - trovando un nuovo appartamento in cui trasferirsi. Li aiuta nel compito l'agente immobiliare Thierry (André Dussolier), che vorrebbe spezzare la sua solitaria routine affettiva instaurando una relazione con la - apparentemente - religiosissima collega Charlotte (Sabine Azéma), la quale gli presta cassette di programmi cattolici al cui termine compaiono lunghe riprese di lei che si spoglia. Ma Charlotte ha anche un doppio lavoro: di sera fa la badante all'anziano e rancoroso genitore di Lionel (Pierre Arditi), Arthur, di cui lo spettatore ha modo di conoscere solo la voce perché inchiodato al letto dalla malattia. Lionel è il barista di un hotel-ristorante di lusso dove Dan trascorre sempre il suo tempo a sbronzarsi lamentandosi della sua condizione e del suo rapporto con Nicole, e dove porta Gaëlle (Isabelle Carré), sorella minore di Thierry, in un appuntamento al buio che però non avrà le conseguenze sperate.
Cuori conserva nelle sue pieghe narrative la derivazione teatrale della pièce da cui è tratto, Private Fears in Public Spaces (titolo con cui il film è stato presentato in concorso a Venezia 63 dove ha vinto, ricordiamolo, il Leone d'Argento per la migliore regia) di Alan Ayckbourn, declinandosi però in ultima istanza come un vero e proprio testo filmico innestato su elementi appartenenti al linguaggio cinematografico (movimenti di macchina, piani sequenza, uso dello zoom e del fuori fuoco). Resnais, che assume l'incarico di narratore onnisciente, tesse le relazioni dei suoi protagonisti che s'incontrano e si sfiorano in una successione di "quadri" dove a interfacciarsi sono sempre due personaggi per volta, realizzando una ragnatela di rapporti interpersonali nella quale Thierry, Charlotte, Gaëlle, Dan, Nicole, Lionel e Arthur sono di fatto incastrati e aggrovigliati, reciprocamente legati, perché il movimento di un singolo componente della ragnatela si riflette e agisce in maniera inevitabile su quello degli altri. Tutti i personaggi di Cuori sono poi accomunati dal tentativo di sfuggire a questa sorta di tela restrittiva e asfittica per colmare il vuoto e la solitudine delle loro vite che si ripetono stancamente, così come è la neve, protagonista aggiunta della pellicola, a cadere in modo reiterato sui cappotti, sui cappelli, sui vetri delle finestre, sui cuori degli uomini e delle donne del film, non solo puntellando le dissolvenze filmiche, ma rappresentando anche un trait d'union metaforico tra un esterno indifferente e un interno lacerante.
Ed è proprio l'impiego sapiente della dialettica campo/controcampo a costituire una delle scelte registiche più felici di Resnais, scelta evidente, ad esempio, nella volontà di relegare fuori dallo sguardo spettatoriale il personaggio di Arthur, padre invalido e rabbioso di Lionel, e di far invece "penetrare" la mdp nella sua stanza da letto solo quando è ricoverato in ospedale, e quindi assente. Ma è soprattutto la costruzione simbolica dello spazio profilmico (sono gli appartamenti a identificare i destini e i sentimenti dei personaggi) e della prossemica, ossia lo studio delle relazioni di vicinanza nella comunicazione interpersonale, a rappresentare efficacemente la malinconica "commedia umana" (sulle orme del grande romanziere francese Honoré de Balzac) sulla solitudine, l'incomunicabilità aggravata dalle ipocrisie e dalle maschere sociali, la difficoltà di amare, la paura della morte, la fede religiosa. Il film è infatti scandito da soglie, barriere fisiche che sono soprattutto espressione di muri psicologici ed emozionali tra i protagonisti, che sono perciò condannati e rimanere soli: la parete che separa due stanze così incomplete nell'appartamento che Thierry mostra a Nicole in apertura del film, oppure quella che campeggia nell'agenzia immobiliare delimitando le zone vitali di Thierry e Charlotte; il bancone del bar che divide Lionel da Dan e dai suoi clienti; le porte scorrevoli in stile giapponese che relegano nei loro segreti (comunque svelati) Thierry e sua sorella Gaëlle (che nasconde a suo fratello l'abitudine di uscire con uomini sconosciuti tramite appuntamenti al buio), l'unica coppia i cui componenti riusciranno però a starsi in qualche modo vicino.
Il personaggio più emblematico e ambiguo resta comunque quello di Charlotte, figurativizzazione del connubio sacro-profano che germoglia all'interno di ogni singolo essere umano. Perché l'inferno non è relegato in uno spazio lontano e distante, ma è un fuoco che si nutre dentro di noi alimentandosi con le nostre debolezze e la nostra rinuncia a non lottare per affrontare i limiti e gli ostacoli che ci si parano di fronte, anche quando il destino è avverso e l'inevitabile trascorrere del tempo ci condanna a una lunga rincorsa verso la felicità.
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