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"C'è del marcio in...Italia". Ha fatto e fa discutere A casa nostra, l'ultima fatica di Francesca Comencini, sorella di Cristina e figlia del grande Luigi. Il film, presentato alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma, è stato investito dalle polemiche. La regista, anche autrice del soggetto e della sceneggiatura, è stata accusata di aver deliberatamente tratteggiato la nostra società in maniera negativa, senza mostrare al contempo il ben che minimo appiglio, la ben che minima speranza. Polemiche anche politiche, per un film che sembra indignare la Destra e compiacere la Sinistra. Polemiche, giustificate o meno, che conferiscono a questo film la capacità rarissima di far parlare non solamente di sé, ma anche di come il nostro Paese viene percepito, vissuto e quindi rappresentato, oggi, nell'immediatezza. Già, perché è difficile credere alla Comencini quando dichiara di aver ideato il soggetto prima che scoppiasse, col clamore che tutti ricordano, il caso "Bancopoli". È difficile non rivedere in Luca Zingaretti il sosia di qualche protagonista della reale cronaca italiana degli ultimi mesi. Egli, infatti, interpreta Ugo, un banchiere di Milano che ricicla con disinvoltura denaro sporco. Sulle sue tracce, il capitano della Guardia di Finanza, Valeria Golino, donna tanto determinata nel lavoro, quanto fragile nella vita privata. E poi c'è Laura Chiatti, amante di Ugo e modella disperata che incontra per caso Luca Argentero, magazziniere insoddisfatto che attirerà le ire punitive del banchiere alla ricerca di un prestanome. E, infine, ci sono un benzinaio (ex) uxoricida (un incantevole Giuseppe Battiston) che si innamora di una prostituta rumena, e una coppia di anziani signori, genitori di Matteo, compagno di Valeria Golino. Sullo sfondo una Milano invernale, grigia, asettica, fotografata straordinariamente da Luca Bigazzi.
Secondo una logica ormai collaudata (abusata?) al cinema, A casa nostra mette in scena storie di personaggi diversi e apparentemente lontani che, per un motivo o per un altro, incroceranno le loro strade. La Comencini, dimostrando di essere ancora una volta sensibile ai nostrani problemi sociali e civili (l'aveva già fatto con Mi piace lavorare - Mobbing e Carlo Giuliani, ragazzo), dà vita qui a uno spaccato nazionale che certo non ci fa onore. Si agisce per soldi, sporchi, da riciclare: soldi che mancano, quelli che si vorrebbero e che fintamente cadono dal cielo, ma che non ci si domanda mai da dove arrivino veramente. Questi personaggi sono incapaci di comunicare, e sono i silenzi a scandire i loro tempi: l'anziano professore (Teco Celio) corre a vendere dei libri da collezione per pagare i buffi arretrati, e la moglie, tacitamente malata di cuore, non se ne accorge perché sta tutto il tempo con le cuffie alle orecchie, sintomo, questo, di una più profonda sordità. E allora viene da parlare ad un microfono, come quello piazzato dove lavora Matteo, o si finisce in tv, dove dei sentimenti rimangono solo il clamore e le scenate, finte e preconfezionate. Uomini e donne, prigionieri in una città grigia che si muove intorno a loro, luogo di passaggio per quei treni che costantemente sfrecciano in fondo all'inquadratura. In una città che evidentemente ha dissolto la sua bellezza nella sua ricchezza materiale, il Duomo è occultato, si vede per intero una sola volta, ma "incartato": per il resto è relegato sullo sfondo, non a fuoco.
Tuttavia, A casa nostra non è solo questo. C'è l'amore disperato della Golino per Matteo, quello della moglie di Zingaretti per un figlio morto prematuramente, c'è l'amore che lega un uomo a sua moglie e lo spinge a comprarle un gioiello con i soldi destinati a pagare le tasse. E ci sono bambini avuti e persi, voluti e non avuti, figli adottati. La macchina da presa indugia sui dettagli: sulle mani, sugli sguardi e sui visi. Il corpo femminile è presente in tutte le sue forme: quello della Chiatti nel fiore della giovinezza e quello senile della moglie del professore, il corpo pieno di vita durante un amplesso e quello invece immobile e freddo in un letto d'ospedale. La scena del parto è un inno proprio alla fisicità e alla vita, insuperabile. Le vere "brutture" che si nascondono dietro a queste storie, la Comencini non le fa mai vedere, le omette, a costo di sembrare blasfema montando l'immagine di una benedizione subito dopo una fellatio solo accennata. Eppure, anche se non si vedono, pesano come macigni, così come irritano le voci di quei potenti uomini di malaffare che discutono nel prologo, ma di cui sfuggono i volti perché velocemente alternati ai cartelli al nero dei titoli di testa. Siamo liberi di chiudere gli occhi, in ogni caso questo Paese continuerà ad andare a rotoli, magari accompagnato dalle note di Giuseppe Verdi, che beffardamente ricorderà un patriottismo ormai lontano.
Ad ogni modo, A casa nostra sembra mancare di calore, proprio come quell'ultimo punitivo amplesso tra Zingaretti e la Chiatti, consumato in un corridoio di gelide mattonelle traslucide. Colpa di una sceneggiatura incapace di legare affettivamente questi personaggi, di disegnargli in chiaroscuro, di farceli amare e/o odiare. Non c'è possibilità d'identificazione per lo spettatore, perché le individualità, in questo film, sono soffocate dal disegno corale di più ampio respiro. E, ancora una volta, tocca rimpiangere Altman, ma pure Anderson, Iñarritu o Haggis, perché sembra che la regista, in nome della propria indignazione e spinta dalla voglia di scuotere le menti degli italiani, si dimentichi di colpire i loro cuori. Seppur sia impossibile non riconoscervi i peccati nostrani (ingenuità, pregiudizio, solitudine, tv spazzatura, maledetti imbrogli di uomini potenti e senza scrupoli), quella che mette in scena la Comencini non la sentiamo "casa nostra", nel senso che il film parla di noi, senza parlare a noi, crogiolandosi nella sua freddezza. Che sia una scelta voluta e perseguita? Il dubbio resta.
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