Zhang Yimou
Mille miglia...lontano
di Chiara Federico
L'incontro tra culture, filtrato dal doppiaggio italiano, ci restituisce già nell'esordio di film uno "scarto" considerevole. Per il giovane giapponese Ken-ichi, l'esotico è rappresentato dalla vicina Cina e dalla sua arte, che nell'incontro ludico assicurato dal viaggio diventa ricerca impegnata e sofferta, "lavoro", come nello stereotipo reale dello stile di vita giapponese. La lontananza è un concetto ricorrente, reso con evidenza attraverso i frame: Ken-ichi sta riprendendo attimi, dietro le quinte di una celeberrima opera cinese, Mille miglia lontano. Frammenti d'entusiasmo di un commentatore straniero, abbarbicati alle voci acidule e stentoree dei protagonisti, ai costumi sgargianti e alle evoluzioni della storia. È attraverso ciò che Takata conosce suo figlio. Dopo l'abbandono e l'inefficace tramite di una figlia (o nuora?) piagnucolosa, Takata si è letteralmente "chiuso" in un villaggio tempestoso di pescatori, appartandosi, coriaceo e imperturbabile, dalla difficoltà della relazione filiale e dal ricordo bruciante di sua moglie. Quando viene a scoprire la malattia del figlio, decide di partire e realizzare il compito/sogno del ragazzo. E parte con la stessa durezza, la stessa soda determinazione nipponica e matura, per un villaggio sperduto della Cina. Ogni elemento nel suo "piano" dovrà essere depurato, esatto, nell'ideale cristallino di ripresa dell'opera originale cinese, interpretata dal più grande cantante vivente.
L'ossessiva ricerca di Takata nasce dal desiderio di riprodurre le ferree e infinitesimali strutture della comunicazione, di un linguaggio cristallo ghiacciato che sembra sciogliersi a contatto con la terra sconosciuta. Yimou si instrada nella sua terra come un turista antico e innamorato, descrivendo con minuzia i paesaggi rocciosi, la porosa popolosità, il rosso medievale delle lanterne. Takata si chiede cosa abbia colpito così tanto suo figlio di quella cultura e di quella forma d'arte così complessa e completa, che ne è l'espressione maggiore: se le parole, se la poesia musicale dei versi, se il movimento scenico o i colori. Aiutato da personaggi premurosi - come la ragazza che gli fa da guida e tenta di dissuaderlo dolcemente - e bizzarri - come il suo amico -, Takata si scontra periodicamente con ostacoli sempre più grandi, remoti e circoncentrici, che pregiudicano lo schema perfetto dell'impresa. La difficoltà parte sempre dall'incomprensione linguistica, ribadita dagli interventi comici del personaggio di Li Jamin, che sfoggia un giapponese stentato, ma volenteroso. Li Jamin accompagna il vecchio nel carcere dove è rinchiuso il celebre e riottoso attore, e poi a conoscere il figlio di lui, la sua bellezza ugualmente riottosa e pervicace, sposata alla sua terra, all'attivismo del padre, smorzato solo da alcune lacrime di fronte alle sue fotografie. Un'altra storia struggente di padri e figli simili e comuni, ma lontanissimi. Anche raggiunto dalla presentibile notizia della morte del figlio, Takata prosegue infatti nel suo intento. Anche quando le parole di Ken-ichi lo raggiungono attraverso una lettera "filtrata" dalla voce dell'affranta Rie, le sue lacrime sono mute, silenziose, adatte ad accompagnare l'assenza che quel figlio mai toccato davvero raffigura. Attraverso i racconti delle persone che lo hanno conosciuto, Ken-ichi si rivela in tutta la sua passione fredda, nel raggiungere, esattamente come il padre, lo scopo immacolato e crudele della più completa solitudine. Dell'opera cinese Ken-ichi amava le maschere, i nascondigli segreti ed essenziali. Takata tenta di rimuoverli, profondamente toccato dall'abbraccio del piccolo Yang Yang e dalla reazione di suo padre, l'attore, di fronte alle sue foto digitali. Anche se non ce n'è più bisogno, l'attore terribile recita in carcere, senza indossare la maschera.
Del film di Yimou non rimane, però, alcuna traccia di quella nudità. L'impaccio rimane appena celato nell'inebriante assolutezza dei colori, nella visione di un popolo dai tratti macchiettistici e in quella ricerca di contatto chiaramente frustrata tra due intelligenze che si tramutano in due ottusità accecanti. Smorzato dall'ironia, il dolore si aggroviglia alle immagini, al testo, e nell'apparente ricorso alla commozione si rapprende in autentica angoscia.
MILLE MIGLIA...LONTANO
(Hong Kong/Cina/Giappone, 2005)
Regia
Zhang Yimou
Sceneggiatura
Zhang Yimou
Montaggio
Cheng Long
Fotografia
Zhao Xiaoding
Musica
Guo Wenjing
Durata
107 min