Paolo Sorrentino
L'amico di famiglia
di Maurizio Ermisino
La bella e la bestia. Così si direbbe nel contesto di un cinema classico per raccontare l'avvicinarsi di Rosalba (Laura Chiatti), una giovane sposa, a un usuraio, al quale il padre ha chiesto un prestito proprio per il matrimonio. Ma niente è scontato nel cinema di Paolo Sorrentino, che ne L'amico di famiglia racconta la storia di Geremia dè Geremei (Giacomo Rizzo), personaggio ripugnante, cinico e tirchio, che ha un rapporto morboso con la madre, con le donne, con i soldi, con tutto. Che cerca disperatamente di avere dei rapporti umani, che ha (o no?) un rapporto di amicizia e di collaborazione con Gino, interpretato da Fabrizio Bentivoglio (che si è ispirato al John Voight di Un uomo da marciapiede per disegnare questa figura), uomo innamorato della cultura country, che frequenta le distese dell'Agro Pontino come fossero le praterie americane, e aiuta Geremia nel suo lavoro.
Il percorso di Sorrentino è quello che abbiamo visto spesso nell'arte, quello cioè di scovare il brutto nel mondo e farlo diventare bello. Bello nel senso di interessante, costruendo una sceneggiatura su un personaggio che siamo abituati a vedere da lontano, e provando a immaginare quale sia il suo mondo, quali le sue ossessioni. Bello nel senso di spettacolare, riprendendo una cittadina come Sabaudia, con la sua architettura fascista, e rendendola un non-luogo alieno e alienante, attraverso una fotografia che rende affascinante ambienti che di per sé non lo sono. Il segreto? Svuotare gli spazi di macchine e persone, riprenderli nella loro grandezza che schiaccia l'uomo. È il cinema. E quello di Sorrentino non assomiglia a nulla di ciò che oggi si vede in Italia. È un cinema sospeso, per le storie stralunate e per gli individui, anch'essi sospesi, soli nella vita come negli ambienti vuoti e troppo grandi. È un cinema che ricorda a tratti l'arte visiva di alcuni pittori: surreale e sognante come certe immagini di Magritte (le persone che camminano con le sedie in mano, le pallavoliste in azione al ralenti), imponente e straniante nelle immagini dei luoghi, come le piazze vuote che trasmettono l'alienazione dei quadri di De Chirico, o i locali di alcuni quadri di Hopper. E poi, ancora, certe nudità, certi fisici poco attraenti e tondeggianti come i quadri di Botero.
L'amico di famiglia potrebbe formare con L'uomo in più e Le conseguenze dell'amore un'ideale trilogia della solitudine: tutti i personaggi sono dei reietti, e la solitudine è la conseguenza del loro stesso essere. Ma la mano del regista ce li rende vicini, fa scattare qualcosa che solo raramente teniamo in considerazione nel giudicare le persone: il senso della loro umanità. Quello di Sorrentino, per i temi più che per lo stile (completamente diverso), è un cinema che può essere accostato a quello di Matteo Garrone, un altro promettente autore italiano: nel suo L'imbalsamatore, a farla da padrone c'era un altro personaggio "laido", visto però nel suo aspetto più umano. Sorrentino va a cercare negli angoli della società, e li illumina per breve tempo, per farceli vedere prima che ritornino nel dimenticatoio. Qui lo fa con un tono ironico, da commedia, che è poi quella amara che nasce dal sentimento del contrario di cui parlava Pirandello. Nei suoi film non c'è mai solo il bianco e il nero, ma tante sfumature di grigio. E allora si scopre che certi aspetti fanno parte della natura umana, che siamo tutti - più o meno - come Geremia. Anche Rosalba, la futura sposa, che scopriremo per nulla diversa dall'usuraio. Ecco allora cosa ci vuole dire Sorrentino: che la bella "è" la bestia.
L'AMICO DI FAMIGLIA
(Italia, 2005)
Regia
Paolo Sorrentino
Sceneggiatura
Paolo Sorrentino
Montaggio
Giogiò Franchini
Fotografia
Luca Bigazzi
Musica
Pasquale Catalano
Durata
110 min