Sofia Coppola
Marie Antoinette
di Francesca Druidi
Un'adolescente a Versailles. Il periodo in cui si compiono i rituali di passaggio all'amata-odiata età adulta vissuto in un luogo che si rende figurativizzazione manifesta della grandeur francese e, al contempo, testimone silenzioso di un'epoca che si avvia al tramonto. È, quindi, il laccio strettissimo che unisce Marie Antoinette (interpretata da Kirsten Dunst), prima delfina e poi giovanissima regina di Francia, spogliata all'inizio del film della sua identità austriaca, e la Reggia di Versailles, il milieu in cui si troverà a restare fino alla caduta del regime monarchico all'infuriare della "Rivoluzione borghese", che interessa alla regista Sofia Coppola, piuttosto che non una ricostruzione storica esemplare e tout court (e non è un caso che il romanzo biografico di Antonia Fraser a cui la figlia di Francis Ford si è ispirata per il film sia uno dei saggi più controversi e provocatori sul personaggio di Marie Antoinette). Questo lo si deduce anche dalla sequenza inserita nei titoli di testa della pellicola, che già orienta le attese e la percezione dello spettatore, mostrando una Marie Antoinette attorniata da dolciumi e vestiti pastello, gli oggetti di cui sarà solita contornarsi in abbondanza nel corso della sua esistenza, che dà la misura della personalità di una quattordicenne mandata per ragioni politiche e diplomatiche in un paese straniero, per giunta in sposo a uno sconosciuto che per i primi anni di matrimonio non le riserverà mai attenzioni appassionate (quelle che poi riceverà dal conte svedese Fersen, anche se la loro relazione interessa solo tangenzialmente la regista). Quella che viene presentata nei titoli di testa è una ragazzina viziata e maliziosa, ma anche piuttosto sola, con lo sguardo rivolto direttamente alla macchina da presa. Questo, pare dirci Sofia Coppola, dobbiamo attenderci dal suo film: non la Storia (con la famosa S maiuscola) della regina che ha pagato con la testa la leggerezza e l'indifferenza della monarchia rispetto a una società che stava cambiando, ma la storia, intima e personalissima (con la s minuscola dunque), di una giovane donna che forse non è mai cresciuta veramente, nonostante le soffocanti responsabilità che gli erano state affidate dal destino e dalla madre, Maria Teresa.
Sofia Coppola chiude, così, la sua ideale trilogia di ritratti di giovani donne alla ricerca di un "centro di gravità permanente" a dispetto di una realtà disorientante che le circonda, che aveva iniziato con Il giardino delle vergini suicide (tratto dall'omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, dove la protagonista era ancora Kirsten Dunst) e proseguito con Lost in Translation, focalizzandosi sullo straniamento e poi sulla conseguente accettazione da parte di Maria Antonietta dei codificati e reiteranti riti perpetrati dalla nobiltà a Versailles, dei pettegolezzi invidiosi, dei giochi di potere e delle umilianti pressioni per una maternità che avrebbe rinsaldato l'alleanza tra la Francia e l'Impero austrio-ungarico, stabilizzando e rafforzando la sua posizione al fianco del marito (interpretato dal cugino della Coppola, Jason Schwartzmann), il futuro Luigi XVI. Operando in uno scenario sfacciatamente post-moderno, che fa convivere una ricostruzione mimetica di ambienti, arredi, scenografie (il film è stato girato realmente a Versailles nei giorni di chiusura della Reggia) e costumi d'epoca con riferimenti pop contemporanei, Sofia Coppola restituisce solo apparentemente un quadro storico formale, ricreando invece - attraverso intensi primi piani di Kirsten Dunst, perfetta per il ruolo, e soggettive permeanti della stessa delfina-regina - i toni e le sfumature estetiche, materiali e sociali di un contesto che determina la dimensione emotiva del personaggio Marie Antoinette. Come avveniva in Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, la particolare distorsione temporale generata da dettagli stranianti quasi subliminali (una scarpa Converse che fa capolino nel guardaroba della sovrana che più di ogni altra ha saputo dettare le tendenze di moda della sua epoca) e dall'impiego di musica contemporanea (Bow Wow Wow, Phoenix, New Order, The Cure rientrano nella colonna sonora) in un film appartenente a un'epoca definita (la fine del Settecento), rappresenta una strategia comunicativa tesa a suscitare non tanto l'identificazione dello spettatore verso Maria Antonietta, quanto la sua empatia verso quelli che potevano essere i sentimenti e i pensieri di quest'eterna adolescente, protesa verso una bulimica soddisfazione di bisogni come divertimento, allegria, spensieratezza, ma anche libertà di movimento, espressi dall'accumulo di vestiti, scarpe e gioielli, dalle indigestioni di dolci, dai festini protratti fino all'alba e dalle iperboliche acconciature parruccate.
È lo sfasamento temporale, unito a una malinconia di fondo resa ancora più lancinante dalla fotografia poeticamente naturalistica di Lance Acord, a caricare di universalità, oltre che di attualità, il contenuto del film. Anche se, dal punto di vista della potenza cinematografica e della coerenza della narrazione, Sofia Coppola avrebbe probabilmente potuto chiudere anche prima il sipario sulla vita della sua protagonista, una volta che quest'ultima era divenuta "adulta" o quantomeno madre di tre figli. La regista lascia fuori dalla diegesi la morte fisica di Maria Antonietta, ma protrae il suo sguardo filmico sino al momento in cui la coppia reale è costretta ad abbandonare per sempre Versailles sotto i colpi della Rivoluzione, quando il racconto però ha ormai perso parte di quell'aura coinvolgente e onirica che pervade l'inizio di questo film spesso ingiustamente criticato, ma prezioso per il ritratto di ragazza non convenzionale e moderno che ha saputo offrirci.
MARIE ANTOINETTE
(USA, 2006)
Regia
Sofia Coppola
Sceneggiatura
Sofia Coppola
Montaggio
Sarah Flack
Fotografia
Lance Acord
Musica
Jean-Benoît Dunckel, Nicolas Godin
Durata
123 min