Clint Eastwood
Flags of Our Fathers
di Gianmarco Zanrè
"L'eroe non esiste. È solo una soluzione che creiamo per giustificare l'inesplicabile". Questo l'assunto cui James Bradley, figlio di uno dei magnifici di Iwo Jima, giunge una volta ricostruita la vicenda che coinvolse suo padre nel corso della campagna di raccoglimento fondi avvenuta nella parte conclusiva della Seconda Guerra Mondiale. Questa, e come sempre amara ed asciutta, la visione di Clint Eastwood, che pare non porre limite a quella che, di fatto, è una continua maturazione, una crescita inarrestabile nel percorso di un uomo partito da un sigaro, passato attraverso gli anni d'oro della destra reaganiana, e giunto alle riflessioni su vita, morte, guerra e amore ammirate nei suoi ultimi, straordinari lavori.
È tuttavia assodato che, con Flags of Our Fathers, siamo di fronte a una produzione completamente diversa rispetto a quelle dei precedenti Mystic River e Million Dollar Baby, dove spesso - e purtroppo - si nota la mano pesante della Dreamworks di Spielberg, i cui effetti in alcuni passaggi della pellicola sembrano di fatto soffocare l'ottima sceneggiatura di Paul Haggis e William Broyles Jr., così come la regia non avvezza ai grandi budget di Eastwood. Eppure, la mano di Clint fa sentire il suo peso, pur confrontandosi con una realtà cinematografica che, ad oggi, si era solo limitato a sbeffeggiare in Gunny: del resto il cineasta di San Francisco ci ha abituato alle sorprese, anche quando si trova dietro la macchina da presa a raccontare storie che non ci aspetteremmo da un "duro" come lui, da I ponti di Madison County a Mezzanotte nel giardino del bene e del male, senza dimenticare l'affresco straordinario di Bird. Il potere di Clint sul mezzo cinematografico pare silenzioso e sotterraneo, una presenza discreta, seppur decisa, come la descrivono gli attori da lui diretti: ai fragorosi boati delle esplosioni e degli effetti - forse troppo legati a Salvate il soldato Ryan - il regista contrappone momenti di grande lirismo e intimità con lo spettatore, tra i quali spiccano il ritrovamento di Iggy da parte di "Doc" Bradley e la cena di rappresentanza per gli eroi "mistificati" di Iwo Jima, dove lo sciroppo di fragola sul gelato riporta alla mente il sangue di tutti i ragazzi morti per un concetto, e un valore, invisibili ai loro occhi stanchi. Le tre individualità tratteggiate nel corso della campagna pubblicitaria atta a rimpinguare le casse dello Stato in vista del proseguo della guerra - pienamente sfruttata da media ed organi competenti grazie alla foto scattata quasi per caso su una lontana isola fino a quel momento ignorata dalla popolazione e dai governanti statunitensi - divengono simbolo di un passaggio storico, e umano, legato a crescita, amore, futuro. Così "Doc" Bradley, equilibrato e più saggio dei compagni, filtra le lacrime tenendole per i suoi incubi, sognando una vita lontana da tutto quello che non sia a misura d'uomo, quasi sperando che, alla conclusione della campagna, anche lui possa essere dimenticato, come i tanti morti senza nome della guerra; così Rene Gagnon, spinto da una compagna opportunista, cercherà nella fortunata casualità la via più diretta per il successo e la ricchezza, senza rendersi conto di essere soltanto un piccolo ingranaggio di un meccanismo troppo grande per poter essere controllato; così, infine, Ira Hayes, come i suoi antenati nativi, verrà colto dal senso di colpa e risucchiato dal demone dell'acqua di fuoco, lo stesso alcool che fu tra i primi strumenti di controllo dei bianchi sulle popolazioni autoctone nordamericane. Ira non vuole essere un eroe, perché nei suoi occhi dolenti e nei suoi scatti d'ira resta il pensiero che Eastwood svela attraverso le parole del figlio di Bradley: gli eroi non esistono.
I ragazzi di Iwo Jima sono vittime di un orrore più grande di tutto, che per giustificare se stesso rielabora un antico concetto che possa passare oltre al sangue, alla paura, alla solitudine. Ira ha ucciso, e visto uccidere. Ira è sconvolto dalla crudeltà dell'assalto del sergente Strank, eppure è il compagno che più gli manca, il miglior marine che abbia mai conosciuto, l'uomo che vorrebbe prendesse il suo posto al tavolo delle celebrazioni. I tre sopravvissuti di Iwo Jima sono specchio di ognuno di noi, dell'Uomo e dei suoi fantasmi: per questo, non possono essere Eroi. Per una qualche strana coincidenza, in qualche modo, ricordano più Gli spietati, con il suo terzetto male assortito di assassini - o ex assassini - improvvisati: Rene è dove era Kid, e al suo fianco Ira e "Doc" paiono una perfetta sintesi delle complesse personalità di Munny e Logan. Ancora una volta, dunque, un genere, quello del film di guerra, privato della sua materia prima, l'eroe che invoglia, sostiene, spinge verso la tempesta migliaia di vite che lasciano senza saperlo il futuro alle loro spalle. Un altro attacco, dunque, a uno dei capisaldi dell'etica a stelle e strisce: un mondo senza eroi come il West dei meriti che non c'entrano appena citato e una menzogna che nasconda le vere ferite come la parata conclusiva di Mystic River. Non c'è scampo, per Clint. E neppure per lo spettatore che, superati gli sbarramenti del tributo pagato allo spettacolo, resta solo con il dolore di una verità silenziosa capace di tuonare come e più dei cannoni. A Iwo Jima sono morti migliaia di ragazzi. Non si sopravvive a una guerra. Il tempo che resta a chi torna a casa è solo quello che li separa dal ricongiungimento con i compagni. Non a caso, "Doc" Bradley è rimasto su quella spiaggia, al bagno nell'oceano con gli inconsapevoli eroi immortalati nella storica fotografia della bandiera issata su una delle colline di quell'isola così crudele, non a celebrare una vittoria, ma soltanto un piccolo passo avanti in una battaglia che sarebbe durata ancora più di un mese, e che avrebbe chiesto un tributo troppo grande per vite e sangue. Non a caso, Rene Gagnon e il suo successo terminano con la campagna di raccolta fondi: non c'è spazio per un eroe, quando non c'è motivo di sfruttarlo. Non a caso, Ira Hayes è risucchiato dalla bottiglia, da un male silenzioso e incurabile come l'idea di essere vivo per errore, o peggio, per condanna. Ripartire non servirà, perché i tuoi compagni sono morti, e tu resti sospeso, come in attesa di un istante che verrà sempre troppo tardi.
È stato detto, e scritto, che in questo film c'è troppa America: eppure, quello che mi è parso di vedere è stato il peso schiacciante di uno degli orrori più grandi di cui è capace l'uomo lasciato cadere sulle spalle di tre ragazzi. Non eroi, ma vittime. Con un futuro da costruire sulle macerie di un passato che non sarà mai dimenticato. Le Iwo Jima della storia sono state tante, così come le mistificazioni elaborate da governi, sovrani e lobby di potere: la guerra stessa, con i suoi "valori" e il suo "onore", è la dimostrazione più evidente di queste enormi bugie. I vampiri che sconvolgono Dave Boyle in Mystic River hanno diverse maschere, ma gli stessi volti: dai pedofili della Boston operaia ai grandi comunicatori dell'America in guerra, la natura che nascondono è, crudelmente, identica. Vite ancora da vivere sono state prosciugate del sangue, in nome di orrori nascosti dietro eroi e democrazia. È stato detto, e scritto, che in questo film ci sono troppo pochi soldati afro-americani, rispetto a quello che davvero fu: eppure, quello che mi è parso di vedere è un gruppo di ragazzi mandati a morire per qualcosa che non esiste. I loro visi sono tutti uguali. Da una parte e dall'altra delle barricate. Non abbiamo ancora potuto confrontarci con Letters from Iwo Jima, che narrerà la stessa battaglia dal punto di vista giapponese, eppure i volti dei ragazzi che non alzeranno nessuna bandiera, perché dall'altra parte non vi furono sopravvissuti, mi pare di averli tutti già visti, o immaginati.
James Bradley e il vecchio Clint hanno ragione: non esistono gli eroi. E i ragazzi partiti per la guerra "per un ideale o un amore finito male", non hanno mai davvero combattuto per qualcosa di "sacro" e "grande" come la Libertà, lo Stato o la Democrazia. Ma, più semplicemente, per sopravvivere, e per chi combatteva accanto a loro. I compagni che "Doc" Bradley, Ira e Rene, volenti o nolenti, non hanno mai lasciato, dopo quella spiaggia. John Ford, di cui ormai Eastwood può essere considerato il più legittimo erede nel cinema americano, chiudeva uno dei suoi capolavori dicendo: "Nel West, quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda". Clint, e il mondo, almeno in parte, sono cresciuti, da allora. E qui da noi, e con lui, nelle storie che racconta, la leggenda non solo è sconfitta, ma, forse, non è mai neppure esistita. Come gli eroi.
FLAGS OF OUR FATHERS
(USA, 2006)
Regia
Clint Eastwood
Sceneggiatura
Paul Haggis, William Broyles Jr.
Montaggio
Joel Cox
Fotografia
Tom Stern
Musica
Clint Eastwood
Durata
132 min