Ken Loach
Il vento che accarezza l'erba
di Marco Toscano
La Palma d'oro assegnata a un'opera come Il vento che accarezza l'erba (titolo tratto da una popolare canzone del poeta e paroliere irlandese Robert Dwyer Joyce) dice molto riguardo all'ultimo festival di Cannes, a un livello medio appiattito su visioni sostanzialmente mediocri. Non che il film di Ken Loach, nel caso specifico, non possa essere ritenuto degno del trionfo, o che si possa considerare in assoluto un lavoro per qualche ragione disprezzabile: si tratta, al contrario, di un film rigoroso, intellettualmente onesto (anche se dichiaratamente schierato), pulito, corretto. Anche troppo. Non un'incertezza, un'esitazione, un ripensamento, nel privilegiare una dimensione del dubbio solo apparente. Loach, nell'affrontare la controversa materia della lotta irlandese per l'indipendenza dall'Inghilterra e della successiva guerra civile tra le correnti favorevoli e contrarie al trattato di pace firmato da Michael Collins, si sforza di mantenersi equidistante tra le due fazioni contrapposte e un tempo unite per la legittima rivendicazione della libertà. Ma, sebbene si astenga dal pronunciare apertamente giudizi e dall'attribuire in maniera univoca i ruoli di Caino e Abele ai due fratelli Teddy e Damien, non può fare a meno di dimostrare in ogni momento la propria incondizionata simpatia per quest'ultimo, per la corrente più progressista e rivoluzionaria che impugna ideali comunisti, auspicando una radicale rottura col passato, rispetto a quella più riformista e incline al compromesso con i vecchi padroni, che scavalca le sentenze valide emesse dai tribunali del popolo in nome della ragion di Stato e stringe alleanze con gli ambienti capitalisti (e che, in fondo, sembra ripercorrere quel processo degenerativo che accompagna la detenzione del potere descritto da Orwell in La fattoria degli animali).
Nell'ininterrotto rincorrersi e vendicarsi di sopraffazioni che compone la tragedia della Storia, dunque, la condotta degli uomini di Teddy non si discosterà in modo sensibile da quella bestiale e criminosa delle guardie inglesi (descritti senza alcuna sfumatura come sanguinari occupanti dediti a omicidi, saccheggi, stupri, umiliazioni di ogni genere), e non a caso gli antichi compagni si convinceranno che i padroni di un tempo abbiano solamente cambiato uniforme. Loach è regista di solido impegno politico e civile, ma Il vento che accarezza l'erba appare come un film nato vecchio: sostanzialmente asciugato da ogni possibile tentazione retorica (che non è poco), ma impresso nella memoria solo da rari sussulti.
Uno di questi è rappresentato dalle torture cui i soldati inglesi sottopongono i terroristi catturati (tra le quali, particolarmente cruenta, la pratica di strappare unghie e denti). Loach ha dichiarato, a fronte di alcuni momenti di eccezionale crudezza, di aver addirittura contenuto le atrocità nella messa in scena rispetto a quanto storicamente documentato nella realtà. La raffigurazione e proposizione dell'orrore costituisce un elemento di importanza cruciale, in particolare nella cultura visuale contemporanea che, riallacciandosi a una lunghissima tradizione, moltiplica e riproduce all'infinito le immagini di morte, determinando una condizione ipertrofica macabra e al contempo anestetizzante per lo spettatore, desensibilizzato dalla quantità di tali immagini (come Susan Sontag sosteneva in Sulla fotografia), ma soprattutto "annoiato" dal contesto che le veicola (prevalentemente televisione e Internet, media per eccellenza dalla fruizione "distratta" e sostitutiva, legati cioè all'idea di "flusso" indistinto). Per il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, la superiorità dei vietcong rispetto ai soldati americani risiedeva principalmente nella capacità di guardare in faccia l'orrore, di essere amici dell'orrore. In Davanti al dolore degli altri, la Sontag scrive, riguardo alla necessità di questo tipo di rappresentazioni: "Lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci […], esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare. […] Non dimenticatelo. […] Non veniamo totalmente trasformati, possiamo distogliere lo sguardo, voltare pagina, cambiare canale, ma questo non vanifica il valore etico delle immagini da cui siamo assaliti. […] Tali immagini non possono che essere un invito a prestare attenzione, a riflettere, ad apprendere".
A interrogarsi e a reagire, sfidando il voyeuristico senso di colpa, l'impotenza di fronte al dolore, l'egoismo della paura di doverlo condividere, la moralistica e sterile compassione. L'indifferenza.
IL VENTO CHE ACCAREZZA L'ERBA
(Gb/Irlanda/Francia, 2006)
Regia
Ken Loach
Sceneggiatura
Paul Laverty
Montaggio
Jonathan Morris
Fotografia
Barry Ackroyd
Musica
George Fenton
Durata
124 min