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All'ultimo Torino Film Festival, Honor de Cavalleria ha facilmente avuto ragione di un concorso internazionale di caratura complessivamente mediocre, dividendosi i premi principali con l'unica altra pellicola davvero valida, The Guatemalan Handshake dello statunitense Todd Rohal: allo spagnolo il premio principale, all'americano quello per la regia, ex equo il premio speciale della giuria. Si tratta di due opere opposte: tanto modaiolo e cinetico The Guatemalan Handshake quanto astratto e ieratico Honor de Cavalleria, tanto giovane e arruffato il primo quanto maturo e posato il secondo. La pellicola catalana vincitrice, che omaggia più che adattare il Don Chisciotte di Cervantes, è un film di lentezza programmatica, immerso in paesaggi astratti e punteggiato da brevi dialoghi all'insegna di un'ilarità minuscola e malinconica, privo di azione e costruito su due soli personaggi. Non è certo un film di facile fruizione, eppure, superata l'impasse iniziale dovuta ad inquadrature statiche lunghe svariati minuti di buio e silenzio, lo sguardo sembra assumere la capacità di "vedere" realmente l'inquadratura: la lentezza diventa così un espediente necessario per trasmettere il senso del tempo, e l'assenza di azione si fa simbolo universale.
Quello di Serra è un Chisciotte invecchiato, ripreso nei momenti vuoti della stanchezza e del riposo. L'ispirazione al romanzo di Cervantes è apparentemente pretestuosa: sullo schermo Chisciotte e Sancho sono silenziosi e dimessi, la trama è lineare, non c'è avventura, non c'è la Mancha con i suoi mulini a vento, sostituiti da desolati paesaggi catalani. Honor de Cavalleria sceglie di non rispettare nulla della superficie del romanzo, anche stilistica (la follia metanarrativa, la traccia picaresca, il contrappunto carnale di Sancho, qui silenzioso come il suo cavaliere, solo più ottuso ma ugualmente dignitoso nel suo patetismo), con un gesto coraggioso ma redditizio: spostando lo sguardo verso le zone d'ombra del gigante cervantesiano, meno battute dallo sguardo critico, cerca quel qualcosa di inafferrabile che fa del Chisciotte uno dei più grandi personaggi mai creati dalla letteratura, figura così epica e tragica da diventare simbolo della condizione umana. Serra punta sul minimalismo e si concentra sull'epicità ridicola di Don Chisciotte, riuscendo a trasmettere, col passare dei minuti, la sua grandezza: lavato di tutto ciò che sta all'esterno del suo nucleo tematico, Don Chisciotte è un uomo che sogna, che desidera, mentre il lettore conosce già in precedenza la tragica scollatura fra il suo sogno e la realtà (un gioco di focalizzazioni che anticipa di tre secoli i temi fondanti del Novecento). Il Chisciotte di Serra si illude di essere ancora vivo, ma, a differenza del suo progenitore seicentesco, oscuramente avverte egli stesso la vanità non tanto di ciò che ha fatto, ma di ciò che è stato ed è. Don Chisciotte è l'uomo che si scopre vuoto, la sua follia è un elemento caratterizzante l'essere umano in senso assoluto: è una impossibilità di alterare il reale che fugge, è l'illusione pietosa e ridicola di poterlo dominare. Chisciotte sogna di possedere nel presente un passato irrecuperabile e probabilmente mai esistito, il suo è un desiderio, destinato alla sconfitta, di essere in qualche modo immortale.
Ed è per questo che, coerentemente, Honor de Cavalleria appare come un film sulla morte e sul tempo, un ritratto sulla vecchiaia e sull'inaccettabilità del deperimento (incarnata in un interprete non professionista dalla grandissima presenza scenica), sull'abbandono del mondo, reso con un'asciuttezza estrema, avversa ai pietismi e alla fabbricazione di commozione. Don Chisciotte è un vecchio che vorrebbe vivere per sempre, ma suo malgrado si prepara a salutare il mondo terreno, che mette a posto le cose con Sancho per evitare che tutto, dopo la sua morte, vada perduto, lasciando a quel suo figlio adottivo un po' idiota il compito di proseguire le sue imprese. Un tema, quello della paternità, che si lega strettamente a quello dell'amicizia: entrambe viste senza esaltazioni (le lacrime di Sancho per l'abbandono del padrone, quasi nascoste in un gesto encomiabile di pudicizia registica), colte nelle loro ambiguità e nelle loro piccolezze, senza per questo sminuire la loro grandezza. E se l'attesa della morte non è altro che un più forte sentimento del passare ineluttabile del tempo, Serra compone il suo film di segmenti staccati, privi di montaggio interno, dove il tempo può scorrere con una lentezza crudele, e si può seguire il cammino della luna nel cielo in una sola inqadratura: un tempo reale, doloroso, per nulla impietosito dalle azioni degli uomini. Azioni che proprio nella loro inutilità (sottolineata da un realismo minuzioso e accurato, attento alla quotidianità) ritrovano la grandezza del Chisciotte originale, portando allo scoperto quel senso di vuoto che compariva minacciosamente dietro alle cattedrali metanarrative del romanzo di Cervantes.
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