Walter Hill
TOFIFE 2006/Broken Trail
di Alessio Gradogna
Siamo alla fine del XIX secolo. L'anziano cowboy Print Ritter, uomo delle praterie che dopo aver inutilmente provato a costruirsi una famiglia ha scelto la libertà degli sconfinati paesaggi americani, parte con il nipote Tom per trasportare dall'Oregon al Wyoming una nutrita mandria di cavalli, e incassarne i profitti della vendita. Sulla strada incrociano un losco trafficante che porta con sé cinque ragazze cinesi, vendute dai loro familiari al miglior offerente (come era uso fare all'epoca) per un futuro da schiave e prostitute. I due paladini del Bene uccidono il malvivente, decidendo di salvare le giovani ragazze da un destino segnato, e di traghettarle verso un posto sicuro. Una scelta che provocherà una spietata caccia all'uomo da parte di chi rivendica la proprietà delle fanciulle.
Girato per la televisione americana in una versione originariamente lunga quattro ore (ma ridotto a tre per il mercato Dvd), e presentato al 24° Torino Film Festival, Broken Trail segna il ritorno al western di Hill dopo la breve parentesi aperta con l'episodio pilota di Deadwood. Un ritorno sontuoso, luccicante, immaginifico, sorprendente. Da anni si sostiene come il western sia un genere morto, affossato nei rimasugli di un'età dell'oro irraggiungibile e ormai non più riproducibile, scavalcato e fagocitato dagli influssi di un cinema adrenalinico e post-moderno che di mandrie, cavalli, frugali bagni nel fiume e notti al chiaro di luna non sa più che farsene. Opinione largamente diffusa e nostalgicamente discutibile, ma confermata dalle strade ormai differenti intraprese dagli autori contemporanei. Siamo nell'era dell'automazione filmica imbevuta di effetti speciali, e nell'autostrada scintillante di un mercato cinematografico che fa della velocità d'azione, delle ambientazioni metropolitane e della serialità narrativa i propri canovacci irrinunciabili. Proprio per questo, nel 2006, un film come Broken Trail è un miracolo. È un prodigio potersi ancora immergere per tre (o quattro) ore nell'idilliaca rappresentazione di un viaggio omerico circondato dalle scenografie naturali del vecchio West, in cui due Eroi di stampo classico devono affrontare una serie di prove per portare a termine la loro missione e giungere all'ambita destinazione. È un miracolo rimanere lì, nella notte, seduti attorno a un fuoco, a rimembrare il passato e a lasciarsi guidare dalle stelle verso il futuro. Così come cavalcare nell'arsura del giorno verso l'infinito di una terra ospitale, lontani dal caos e dall'alienazione, destinando il proprio destino al mutare del vento. Con Broken Trail torniamo a gua(r)dare il Fiume rosso, a combattere per Un dollaro d'onore, a calpestare i Sentieri selvaggi, a spalancare I cancelli del cielo (anche se Cimino si scagliava contro il Sogno Americano mentre Hill, pur con una certa disillusione, ne celebra l'arcaica idealizzazione), a confrontarci con gli indiani, le sparatorie, i nascondigli, e con la vita errabonda e primordiale di un Eden che non esiste più.
Nell'epoca degli anti-eroi, dei personaggi dalle mille sfaccettature, di caratteristi né buoni né cattivi, di icone in bilico tra santità e dannazione, torniamo a due Eroi veri, assoluti, puri come l'odore dell'erba e della polvere, uomini con un codice morale limpido e indiscutibile. Prodi cavalieri che pur di salvare cinque innocenti donzelle destinate all'abietta umiliazione sono disposti a modificare tutti i loro piani, a prolungare il Viaggio, a rischiare la vita. Non c'è comunicazione verbale in questa insolita neofamiglia (le ragazze non parlano affatto l'inglese), ma bastano i gesti, e bastano i sorrisi, che valgono più di diecimila parole. Contano di più la fiducia e l'affetto che queste piccole donne ripongono nei confronti dei loro salvatori, la speranza e la voglia di crederci ancora. Nel disvelamento dell'epopea c'è la tragedia (non tutte le ragazze ce la faranno a giungere a destinazione) ma anche la vittoria, c'è la lotta e la speranza, c'è un momento in cui aprire il proprio cuore e il momento in cui richiuderlo. C'è soprattutto l'elegia ieratica del Western, che Walter Hill adora, omaggia, e in fondo anche attualizza (tecnicamente parlando), senza però perdere un grammo d'intensità narrativa e di poetico richiamo alla gloria dei capolavori che furono.
Robert Duvall, ancora lui, rifà quasi il personaggio di Open Range (Terra di confine), ma lo sfuma ancor di più, caricandolo di una fasulla misoginia che piano piano esce dal bozzolo per trasformarsi in virtuoso amore per il prossimo; la sua prova d'attore lascia semplicemente inebetiti per bravura, genuinità e dedizione. Thomas Haden Church parte in sordina, schiacciato dallo smisurato carisma di Duvall, ma cresce con efficacia parallelamente al progredire del racconto. Greta Scacchi si conquista un ruolo che (ancora una volta) lascia fluttuare la mente verso i ricordi delle splendide donne del West del passato. Alan Geoffrion scrive una sceneggiatura che forse, a ben vedere, eccede in bontà e sentimentalismi, in linearità di costruzione e in semplicità di sviluppo della diegesi. Ma non importa, questa volta non importa. Broken Trail è, lo ribadiamo, un miracolo. Un'abluzione distensiva contro le barbarie del terzo millennio. Un icastico ritratto di quelle sconfinate lande che credevano perdute nell'oblio della civilizzazione. Una commovente apologia di un genere che in quanto a fascinazione visiva ed emotiva continua a non avere eguali, e che in realtà non perirà mai. Perché da qualche parte ci saranno sempre, come dichiara lo stesso Hill, "due uomini che cercano di fare la cosa giusta". Così, semplicemente. E splendidamente.
BROKEN TRAIL
(Canada, 2006)
Regia
Walter Hill
Sceneggiatura
Alan Geoffrion
Montaggio
Freeman A. Davies, Phil Norden
Fotografia
Lloyd Ahern II
Musica
David Mansfield, Van Dyke Parks
Durata
184 min