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Nel visionare il nuovo film di Hallström - ispirato, come altri suoi precedenti, a pagine letterarie, e in questo caso anche ad una storia vera - non si può prescindere dal considerarlo una mera appendice del film di Scorsese The Aviator, anch'esso incentrato sulla figura del miliardario Howard Hughes. Se il film scorsesiano appariva come un'opera algida nella sua perfezione ricostruttrice di un'epoca e nella messa in scena di un personaggio controverso e misterioso (soprattutto negli ultimi anni della sua esistenza), messo a confronto con quest'opera - L'imbroglio - The Hoax appunto -, incentrata invece sul tentativo di realizzare una falsa biografia del medesimo personaggio, il film del regista americano deve essere necessariamente rivalutato, in quanto necessario per comprendere gli spunti che stanno alla base del percorso di ricerca spasmodica intrapresa dallo scrittore Clifford Irving (Richard Gere) nel realizzare un libro che ha come protagonista questo facoltoso magnate, di cui si percepiscono solo alcuni dettagli ed immagini di repertorio, che dimostrano come il regista Hallström necessitasse di elementi iconografici precisi per ricostruire, a suo modo, una figura dalla quale emergono solo meri dettagli cronachistici.
Irving è individuo che sin dalle premesse viene definito con un termine icastico, che delinea immediatamente la sua natura di individuo dedito alla menzogna: Falso. In realtà titolo del suo libro più noto, ma commercialmente fallimentare - come sottolineato dal compiacente e sussiegoso editore -, su un contraffattore di opere d'arte, che pone già in nuce le premesse dell'alterazione che lo stesso Irving realizzerà successivamente, burlandosi di esperti ed editori di chiara fama sino a lambire gli eventi della politica nazionale e i misteri che l'attraversano, con conseguenze a dir poco disastrose. Hallström a suo modo costruisce un racconto che potrebbe risultare interessante nella sua rappresentazione degli espedienti di un uomo progressivamente travolto dal proprio potere mistificatore, tanto dall'immedesimarsi a tal punto con il personaggio del suo libro da rischiare il delirio e l'isolamento, ma il regista non riesce a instillare sufficiente nerbo alla narrazione. Quella di Irving appare come una sconfitta esistenziale più che letteraria, in quanto la sua ambizione, se inizialmente lo presenta come vittima della miopia degli editori, che sviliscono il suo valore letterario, successivamente lo trasforma in loro carnefice, facendoli cadere nella sua macchinosa trappola, la quale disgelerà la sua natura meschina di uomo accecato dall'idea del successo ad ogni costo, al fine di condurlo alla propria rovina esistenziale.
Gere appare bravo nel presentare la progressione caratteriale ed umana del personaggio Irving e nel cimentarsi nell'imitazione vocale del miliardario Hughes, ma la sua interpretazione tende ad apparire alla lunga gigionesca e sopra le righe, tanto da farsi rubare la scena dal comprimario Alfred Molina, che nell'incarnare l'amico e complice Suskind si propone più misurato nella sua resa di un individuo anch'egli fallito, ma attaccato ancora a dei sani principi, che lo rendono più simpatico e apprezzabile nella sua fallacia. Altri aspetti che minano una storia non certo biasimevole, per quanto limitata dalle premesse di un precedente filmico di rilievo come quello di Scorsese, sono dati da uno stile narrativo incolore, soprattutto rispetto alla fotografia calda ed avvolgente, capace di riprodurre le atmosfere di un periodo storico così significativo per gli Stati Uniti, all'alba del futuro scandalo Watergate. Eppure si intravedono spunti interessanti - per quanto non nuovi e per questo debitori degli ambienti e dei chiaroscuri deliranti del genere "complottista" -, che sembrano inaspettatamente risollevare l'interesse per una vicenda i cui protagonisti si aggirano in ambienti sempre più opprimenti, quasi a presagire il delirio mentale che avvolgerà l'uomo-libro Irving. Sino all'infausto epilogo.
La realtà sembra così assumere contorni sempre più inquietanti e quasi orrorifici, laddove verità e paranoia sembrano confondersi. E qui Hallström sembra rifarsi alla lezione di The Aviator: ma è solo una decalcomania scialba, che non riesce a sfruttare appieno il messaggio che si cela dietro l'imbroglio dello scrittore. La mistificazione della verità e la sua trasformazione in qualcosa di credibile e concreto sono aspetti che dimostrano come il potere della parola e della falsificazione siano in grado in ogni tempo di sviare le menti e le idee degli uomini. Ma tutto sembra permanere in superficie e il regista svedese, piuttosto che andare a fondo del problema, preferisce "stupire" chiudendo il racconto con una serie di finali in cui le sole didascalie sarebbero servite a descrivere il futuro ed il presente del protagonista, risparmiandoci così lo stucchevole incontro-addio tra i due ex amici.
Abbastanza significativa, invece, l'immagine conclusiva del rogo in cui vengono arse le copie del libro farsa di Irving, sorta di pira purificatrice delle menzogne dell'autore, mentre lo sguardo sornione di Hughes sembra beffarsi ancora una volta di coloro che hanno cercato di sfruttare la sua immagine, schiacciati dal peso della Storia. Come già Irving, d'altronde, pareva presagire nella sala d'aspetto con gli editori, in cui le foto degli eventi più importanti del secolo facevano avvertire il loro peso di verità-finzione rispetto alla minutezza di un uomo che con le sue menzogne, a suo modo, volle farsi re.
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