Michael Mann
Miami Vice
di Gianmarco Zanrè
La classe non è acqua, recita un antico adagio. La vita o è stile o è errore, scrisse Giovanni Arpino. Michael Mann deve aver ben chiari questi due concetti, fermi nell'occhio chirurgico della sua macchina da presa: in ogni sua pellicola, soprattutto da Heat - La sfida in poi, tutto appare così perfetto da superare le stesse barriere di storia, sceneggiatura, produzione. Quasi una seconda ossatura dell'opera continuasse a vivere anche fuori dalla vicenda narrata, o, secondo quello che è il metodo seguito dal regista con i suoi protagonisti, faccia tutto parte di una preparazione "totale" a quello che, in definitiva, sarà il prodotto distribuito nelle sale. Così, ai tempi di Collateral, Cruise e Foxx dovettero imparare non solo una parte, ma la vita intera dei loro due personaggi, a partire dall'infanzia e dalla formazione, senza accontentarsi di portare in scena un semplice ruolo. Come fu per il primo John Woo, Mann è divenuto, con il passare del tempo, l'unico vero interprete dell'action movie di matrice filosofica di cui, per l'appunto, il succitato Collateral è il più fulgido esempio: i suoi lavori hanno da sempre avuto il potere di conciliare un genere certo poco amato dalla critica "dura e pura" con i gusti del grande pubblico, senza per questo rinunciare a introspezione o ritmo, e, al contrario, riuscendo a convincere entrambe le fasce di spettatori ad andare incontro alla scoperta di una nuova dimensione del cinema di genere.
Superfluo, dunque, pensare che da quest'ultimo lavoro ci si potesse attendere un risultato al di sotto delle aspettative. Mann, affidabile, perfezionista e deciso, in questo non ha tradito: Miami Vice è un ottimo prodotto "tecnico", che riprende gli stilemi di un genere che vive solo nel rinato ambito vintage delle serie tv di culto adattandoli al nuovo millennio, creando un cocktail esplosivo di montaggi impeccabili, satura, avvolgente fotografia, scene d'azione girate con un abilità da maestro, colonna sonora da urlo e caratterizzazioni mai così azzeccate. Dunque, se questo è il prodotto presentato, in cosa può aver peccato lo straordinario regista di Chicago? Semplice quanto terribile: a Miami Vice, quadrato, funzionale, tutto d'un pezzo come i suoi protagonisti, manca il motore fondamentale di arte e cinema. L'anima. Se, al contrario, in Collateral era da ammirare l'abilità con cui Mann si destreggiava fra sparatorie e discussioni filosofiche, esplosioni di violenza in discoteca e occhi vitrei di coyotes per le strade deserte della notturna L.A., la Miami del suo ultimo lavoro pare essere uscita dalla magia dei videogiochi, delle copertine, del mondo dorato costruito da quel denaro spesso sporco che i due detectives Sonny e Rico tanto strenuamente combattono. Certo, non si può non annotare che il cinismo di fondo e il coraggio di Mann siano assolutamente inalterati rispetto alle opere precedenti, e, forse, addirittura più evidenti; eppure non compare traccia alcuna di passione, neppure quando storia, sceneggiatura, personaggi e pubblico paiono chiederla a gran voce. Quasi come fosse un lavoro su commissione, più che un progetto fortemente voluto, l'intero meccanismo - così perfetto nella sua esteriorità - trova pesanti limiti se visto dagli estremi dello stesso pubblico che Mann pareva così bravo a riunire: chi va alla ricerca di un film d'azione "duro e puro" si troverà deluso da una certa staticità della trama, e soprattutto da un ritmo e da un tono della narrazione completamente avulsi da quello che caratterizza il cinema di genere. Al contrario, la critica "illustre" potrà accusare il regista di aver confezionato una splendida, ipnotica, perfetta scatola vuota, un orologio senza lancette.
Dunque, per Mann la "vita" di Miami Vice è stata stile o errore? Difficile fornire una risposta netta, anche se forse, sbagliare con stile è possibile, per i grandi autori come lui. Del resto, nella storia recente del cinema americano, il regista ha scritto pagine che lo collocano fra i più efficaci portavoce del linguaggio cinematografico statunitense attuale, e senza dubbio, rappresenta il più legittimo erede della grande tradizione del film d'azione capeggiata da Friedkin e Frankenheimer, nonché la risposta più convincente ai maestri di genere di Hong Kong. Pur se differenti in quasi ogni campo, a livello di significato, passi falsi e occasioni mancate, si può dire che Miami Vice stia a Michael Mann come Gangs of New York stette, ai tempi, a Martin Scorsese. Non un fallimento inteso come tale, dunque, quanto, forse, una stecca perdonabile nel corpus di una grande opera. Nessuno, infatti, può discutere la maestria della messa in scena, della preparazione e dell'esecuzione, così come della capacità di sorprendere la sala, presa in contropiede dalle sequenze più violente, reali e dirette, come la splendida apertura - ambientata in discoteca, come fu per il passaggio cruciale di Collateral già citato -, il confronto a fuoco fra le gang rivali e l'incredibile, spietato recupero dell'ostaggio da parte della squadra dei detectives nel finale. Detectives - e attori - che paiono perfettamente adattati alla confezione del film, mostrando il fianco al "cuore" dell'interpretazione e celando ogni possibile rischio di emozione dietro una fitta coltre di fredda, distaccata, meccanica professionalità. Passi per Farrell, ancora sulla via della vera maturazione, mentre al contrario, per Foxx, nonostante i fasti "rayani", è lecito chiedersi se davvero ci si trovi di fronte a un potenziale grande attore o, più semplicemente - e verosimilmente - a un discreto interprete trovatosi nel posto giusto, al momento giusto.
Forse la soluzione dell'enigma è proprio qui: Michael Mann si è trovato nel posto sbagliato, ma al momento, e con i mezzi, giusti. Miami, probabilmente, non è la "sua" città. E se l'offshore di Sonny vola sull'oceano in un finale tutt'altro che chiuso, viene quasi da sperare che, al contrario della malinconica solitudine dell'eroe della costa Est, Mann scelga presto di tornare agli occhi cinerei e dolenti degli spietati coyotes californiani. Se la tecnica sta nello stile, il cuore è tutto dalla parte dell'errore. Caro Michael, aspettiamo speranzosi che giunga il tuo passo falso. Neil e Vincent, rivali in Heat, stile ed errore, ti avranno pure lasciato qualcosa. Non dimenticarlo. Perché la troppa perfezione non è grandezza, senza cuore.
MIAMI VICE
(USA, 2006)
Regia
Michael Mann
Sceneggiatura
Michael Mann
Montaggio
William Goldenberg, Paul Rubell
Fotografia
Dion Beebe
Musica
Klaus Badelt, Mark Batson, John Murphy
Durata
132 min